Top e Flop, i protagonisti del giorno: martedì 1 novembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di martedì 1 novembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di martedì 1 novembre 2022.

TOP

CLAUDIO DURIGON

Gli avevano chiesto di andare via rimproverandogli una frase interpretata come un’approvazione del fascismo. Claudio Durigon da ieri è tornato a ricoprire la carica di Sottosegretario: quella alle politiche del Lavoro con la quale ha guidato la nascita di Quota 100, riforma delle pensioni che in pochi hanno osato discutere poiché soppiantava la famigerata legge Fornero.

Claudio Durigon potrebbe sfoggiare i panni della vittima. Esibire le stigmate del martire politico. Mostrare le ferite ancora fresche delle sue dimissioni dal governo Draghi. Potrebbe dire che la sua fu una cacciata politica, voluta dall’ala sinistra di quel Governo per mettere in imbarazzo l’ala destra: colpendo uno degli uomini più operativi. Invece ha deciso di non farlo. Tracciando un solo. Delimitando una fine delle polemiche ed un inizio della nuova fase.

Ex sindacalista Ugl di Latina, coordinatore della Lega nel Lazio, Durigon sarà sottosegretario unico del dicastero guidato da Marina Elvira Calderone. Nessun accenno alla polemica innescata dalla proposta di restituire il nome di Parco Mussolini ai giardini di Latina dedicato al fratello musicista del duce. Ma parole proiettate al futuro: «Dobbiamo riportare i giovani al lavoro, attraverso la formazione. Siamo pronti a lavorare su tutto questo. Il primo dossier su cui lavoreremo sarà la Finanziaria, occorre trovare elementi per dare risposte sulla legge Fornero».

Sarà in prima linea nella revisione del Reddito di cittadinanza. Sottolinea: «non intendiamo toglierlo: ma occorre alimentare il bacino di inserimento nel lavoro per chi sia abile». Cioè: chi è in grado di lavorare, inizi a rimboccarsi le maniche.

Con il parco (Mussolini) alle spalle.

BRUNO FRATTASI

Bruno Frattasi (Foto: Livio Anticoli / Imagoeconomica)

Coriaceo. Ma competente. E per niente malleabile. Espertissimo di norme e abilie nel tenere la giusta relazione con la politica: Bruno Frattasi raggiunge a 66 anni il massimo al quale possa aspirare un prefetto, la guida della Capitale d’Italia. Un incarico, quello di prefetto della Capitale, al quale avrebbero ben volentieri evitato di farlo arrivare. Perché è lui l’inflessibile prefetto che all’inizio della carriera ha chiesto lo scioglimento del Comune di Fondi per mafia. Innescando una crisi interna al centrodestra guidato all’epoca da Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi e con Roberto Maroni al Viminale. Ed il fondano Claudio Fazzone alla guida di Forza Italia nel Lazio. (Leggi qui: Dalla variante di Gaeta alla guerra di Fondi: Frattasi è prefetto di Roma).

Roma è una città particolare. Occorre respirarla ed averla in ogni fibra se si vuole comprendere in ogni sua sfaccettatura. Perché non è una città qualsiasi, non è solo una città carica di Storia: è la città eterna. Re, imperatori, papi, oriente ed occidente: tutto parte da qui.

Bruno Frattasi ha un vantaggio: «Conosco benissimo la città di Roma dove vivo e lavoro da 40 anni. I suoi problemi li conosciamo tutti. Appena insediato vedrò i vertici delle forze di polizia e i colleghi della Prefettura. Insieme lavoreremo per la sicurezza di Roma».

Sicurezza, a Roma vuol dire tante cose. I clan che gestiscono i rifiuti, quelli che gestiscono gli sfasci, quelli che governano le piazze dello spaccio e quelli che le riforniscono. Bruno Frattasi sa che Roma è eterna: e che porta in sé la somma di tanta storia. Anche criminale.

 L’inflessibile.

FLOP

VITTORIO SGARBI

Vittorio Sgarbi © Imagoeconomica, Stefano Carofei

Dice “capra capra capra” e se gli fumano dove non batte il sole lui ci manda anche i monaci trappisti. Ma un fatto è certo: se c’è una cosa su cui Vittorio Sgarbi non polarizza il “sentiment” degli italiani quello è la cultura.

Attenzione: siccome noi italiani la cultura la usiamo più come collutorio che come reale strumento di miglioria non è che il fatto che Sgarbi sia da noi associato alla cultura ne fa un buon sottosegretario. No, Vittorio Sgarbi sarà un ottimo sottosegretario alla Cultura semplicemente perché lui ama le cose belle quasi più di quanto non ami se stesso. Le ama carnalmente, le conosce e ne sa parlare, scusate se è poco.

Che quindi il fumantino critico d’Arte (si, con la A maiuscola) sia andato a fare il vice di Gennaro Sangiuliano è dato positivo e inattaccabile. E lo è per un altro motivo non da poco. In Italia esistono gli estimatori della cultura più che di suoi amanti viscerali, e questa prima ghenga di solito è casta giolittiana che quel che sa se lo tiene per sé e non conosce la bellezza della diffusione. Non facciamo ponti e non facciamo prigionieri. Per noi il nostro sapere è il muro che ci separa dal volgo, è sempre stato così.

Il fatto perciò che ad un ministro si estrazione televisiva e giornalistica si affianchi un personaggio del mainstream potrà solo svecchiare il tema e non lasciarlo in quel sacello di saccenza e latinorum che tanto indietro ci ha lasciati rispetto a quei libri di cui invochiamo l’esperta e buffona manipolazione. L’impressione insomma è che per noi aver tanti ruderi sia condizione sufficiente e necessaria a fare rudere della loro valorizzazione.

C’è un ultimo aspetto che depone bene alla scelta di Sgarbi come sottosegretario e non ha molto a che vedere con i libri, ha a che fare con Silvio Berlusconi. Vittorio Sgarbi ne rappresenta una casella di “colonizzazione” inattaccabile ma mestamente innocua, a contare che con i guai che l’Italia ha la Next Generation Eu non metterà in spunta per molto tempo faccende di concetto. Qualche settimana fa il critico si era lamentato del Cav dicendo che “pensava solo alla Runzulli” ma ora non può dire più nulla. Perché anche Berlusconi ha fatto un pensiero su di lui.
Ovviamente dopo la Ronzulli.

C’è un solo, unico, drammatico, pericolosissimo limite. L’indole fumantina del neo sottosegretario e la facilità ad attribuire epiteti veterinari a chi gliele fa girare.

Preparatevi, capre.

IGNAZIO LA RUSSA

Ignazio La Russa © Imagoeconomica, Sara Minelli

Ha confermato in questi giorni certe aspettative non proprio occulte su un conflitto fra ciò che è e ciò che rappresenta, non che servisse ma quella frase ancora echeggia, anche se cavata dal contesto il maniera un po’ malevola: “Non celebrerò il 25 aprile”. Ad esser precisi Ignazio La Russa ha riposto a domanda : “Dipende, non sfilerò nei cortei perché lì non si celebra una festa della libertà e della democrazia ma qualcosa appannaggio di una certa sinistra“.

La Russa è stato chiaro ma forse non aveva bisogno di esserlo, e forse non erano stati chiari con loro stessi quelli che lo hanno messo in cima alla piramide gerarchica (ecco) di Palazzo Madama.

Ad ogni modo il Presidente del Senato, vale a dire colui che di fatto è il Presidente della Repubblica supplente e che anche con Sergio Mattarella wrestler è comunque la seconda carica dello Stato, ha detto ad un organo di Stampa che lui non celebrerà la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Non la celebrerà nelle modalità di cui va in subappalto la parte politica avversa, certo, ma questa è forfora di distinguo. Insomma, La Russa peloso come non mai ha proclamato la partecipazione “con riserva” alla Liberazione 2023.

Attenzione, si tratta dello stesso La Russa che pochi giorni fa aveva definito le leggi razziali, punta di diamante nero del nazifascismo la cui sconfitta il 25 aprile celebra, erano state “il punto più basso” della nostra storia. Ora, c’è qualcuno ancora così grullo da gabbare il tempo e cogliere questo, di ossimoro, invece di quello originario e primevo di avere voluto un Presidente del Senato che ha tiepidi ma inoppugnabili afflati da manichesismo post Ventennio?

No, e se vi fosse sarebbe un ipocrita. Come è ipocrita dire con tono di accusa che La Russa è ideologicamente attratto da alcuni aspetti del fascismo. Il problema è un altro e “Gnazio” lo ha colto, perciò il suo è peccato di dolo e non di colpa ma travisato col il solito pasticciame dialettico con cui ha minacciato querele a La Stampa. L’errore sta tutto nel fatto che ciò che si è come istituzione prevale sempre su ciò che si è come libero essere pensante, quindi certe cose pur pensandole non le dovresti dire.

La mettiamo meglio? Non è “sbagliato” che La Russa sia “fascista” ma che La Russa abbia scelto di lasciare intendere che lo sia come Presidente del Senato a qualcuno magari interessato all’iperbole ed a pucciarci come Enrico Letta. Se aveva queste idee, e lui lo sapeva di averle, doveva evitare di essere in lizza per Palazzo Madame e tenersele, intoccabili anche se urticanti come un cardo nel cavallo dei pantaloni.

Ma lui non lo ha fatto ed ha scelto di essere quello che è pur essendo altri da quello che è sempre stato. Ed ha toppato alla grande.

Cavolata!?! Presente!

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