Top e Flop, i protagonisti del giorno: mercoledì 16 novembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di mercoledì 16 novembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di mercoledì 16 novembre 2022

TOP

MATTEO SALVINI

Matteo Salvini (Foto: Carlo Lannutti © Imagoeconomica)

In Italia gli sbarchi sono stati quasi 90.000 da inizio anno, e di questi la Francia ne ha accettati solo 38, l’Europa intera solo 117. A protestare dovrebbe essere l’Italia, non altri“. Fermi tutti, nessuno entri nel merito e ciascuno esca dalla modalità “adesso irrompo sui Santi Social e ti pelo.

Cinque secondi di silenzio e concentriamoci solo su lessico e tempi. Facciamolo ché non costa nulla. Socchiudere gli occhi please… rileggere mentalmente parola dopo parola. Visto? Lo avete notato anche voi? Sembra paro paro la Giorgia Meloni in dress-code bianconero che qualche giorno fa picconava Parigi. Ma senza il piccone, ferma, soave, spalmabile come la Nutella e perfino ironica-floscia nella sua brama di essere europea restando italianissima.

Capita la vera polpa della faccenda adesso? La polpa è che Matteo Salvini sta imparando a seguire una linea di governo invece che la linea di Salvini. E lo sta facendo anche nei toni. Proviamo solo per un attimo a tradurre liberamente nel salvinese a cui siamo abituati noi il post riportato qui in alto: birba chi non ottiene una specie di vaniloquio canino in cui come minimo sulla Senna ci fanno rafting i soviet.

Ecco, quello che non è invece passato inosservato in questi giorni concitati di braccio di ferro fra Roma e Parigi sul tema migranti è che il testimonial storico della materia presa in ruvidezza pare arretrato in seconda linea, cioè esattamente dove sta collocato istituzionalmente e non politicamente.

Matteo Salvini è il numero uno della Lega ma è il numero due ex aequo dell’Esecutivo e forse ha capito che questo secondo aspetto è un filino più cruciale della prima skill. E che Salvini abbia dovuto abdicare da quel Salvini pur essendo di fatto il solo ed unico Matteo Salvini è cosa che obiettivamente gli fa onore.

Per carità, sui social lui resta un compulsivo telebano e spara a palle incatenate, ma non sventaglia più sui microfoni dei giornalisti fuori da Palazzo Madama. E quando prende un abbrivio lo fa con la cartina delle rotte bene in vita, mai o raramente in free-solo.

Gli passerà, siamo sicuri che gli passerà me per ora, adesso che abbiamo visto l’elefante bianco, ce lo teniamo stretto in contemplazione.

Il Capitano ha capito.

GIORGIA MELONI

Giorgia Meloni

Noi vediamo belle foto e scenari esotici, poi passiamo in rassegna le bandiere, i “potenti” e planando sulle argomentazioni liquidiamo di solito il tutto con un laconico “sanno solo parlare”. Ecco, lì sbagliamo. Lo facciamo innanzitutto nel non considerare che il G20 non è esattamente una riunione del Fantacalcio. E che dovunque esso si tenga lì vengono disegnate le linee geopolitiche del mondo che vedremo per almeno i successivi tre anni (non uno perché anche se non sembra la geopolitica è più lenta del calendario).

Basterebbe questo a farci capire che per Giorgia Meloni ritrovarsi sparata dai comizi alla Garbatella fin sul palco decisorio più micidiale del pianeta in poco meno di 20 anni non dev’essere stata una passeggiata. Certo, una a parlare in faccia a Xi Jinping ci arriva per gradi, ma sono pur sempre balzi di altitudine emozionale che ti fanno arrivare il cuore appiccicato al soffitto come una buccia di fico.

Piaccia o meno, ieri a Bali a parlare ci è andata la massima rappresentante della democrazia che qui noi, con fatica e dedizione, facciamo dal basso. E riconoscere che Giorgia Meloni se l’è cavata più che bene non è peccato. La premier si è rivolta al padrone di casa sapendo che lei era il più piccolo del bigoncio ma pur sempre padrone di casa, ed ha segnato il primo punto perché ha fatto come la storia della nuora e della suocera: parlando a Widodo Meloni ha parlato a Biden, a Xi, a Modi e si, anche a Macron che con lei non ci vuole parlare.

Presidente Widodo, l’anno scorso a Roma nessuno avrebbe pensato che si sarebbe arrivati a questo, con la guerra, la crisi alimentare e l’emergenza energetica. Ma non abbiamo permesso a nessuno di intimidirci, abbiamo reagito e abbiamo continuato a lavorare insieme”.

Poi Meloni ha fatto una cosa che di solito a chi sta a destra non riesce sempre bene: l’ha buttata più in concretezza che giù di slogan. E ha fatto l’elenco: “Non solo su energia e cibo, ma anche su tante altre sfide, la difesa dell’ambiente, il contrasto ai cambiamenti climatici, infrastrutture più efficienti, un’istruzione di qualità, assistenza sanitaria per tutti. Le generazioni future meritano un mondo migliore e tutti noi abbiamo il dovere di lavorare in questa direzione“.

E chi si aspettava un roboante ma vacuo bancale di ovvietà dialettiche ben esposte è rimasto deluso. Perché ci sono prime volte e prime volte. E le più prime di tutte sono quelle dove devi dire cose vuoi fare e dove vuoi farlo, senza dire chi sei e quanto hai studiato.

Promossa.

FLOP

LUCA FANTINI

Luca Fantini con Enzo Salera

Qualcosa non quadra. La riunione dei sindaci del centrosinistra tenuta ieri pomeriggio al teatro Manzoni conferma la strategia del sindaco di Cassino Enzo Salera. Si sta sovrapponendo in maniera sempre più evidente al Segretario Provinciale Luca Fantini: ne anticipa le mosse, assume il controllo del dibattito.

Lo scopo è altrettanto chiaro: Salera non vuole fare il Segretario ma punta a creare una componente di fatto, capace di erodere il consenso monolitico che allo scorso Congresso Regionale ha consentito a Fantini ed all’area Pensare Democratico di mettere sul piatto circa il 90% dei voti congressuali in provincia di Frosinone.

Significa controllare uno dei passaggi fondamentali nella vita del Partito Democratico sul territorio. E per farlo è sempre più spesso in compagnia di Antonio Pompeo, finora l’unica voce contrapposta seppure minoritaria.

Proprio Antonio Pompeo ieri al Manzoni ha lanciato sul quartier generale di Luca Fantini una bomba incendiaria. Ha rivelato che era disposto a dimettersi da Presidente della Provincia con tre settimane d’anticipo, in questo modo avrebbe lasciato libera la strada per la candidatura di Enzo Salera al suo posto. Dice di non averlo fatto perché dal Partito non ci sono state risposte alla sua disponibilità. (leggi qui: Provinciali, la bomba di Pompeo: «Così il Pd ha segato le gambe ai candidati»).

Se è così, Luca Fantini porta una enorme responsabilità politica. Legittima. Ma che aveva l’obbligo quantomeno di rendere pubblica: perché il Pd è ancora un Partito e la condivisione rappresenta un valore. Soprattutto su temi centrali come la candidatura del presidente della Provincia.

Se non è così, Luca Fantini ha il dovere di fare chiarezza. Non tanto sulla circostanza rivelata da Antonio Pompeo ma su quello che sta accadendo politicamente intorno a lui. Il rischio è quello di ritrovarsi silenziosamente assediato. E gli indizi sul terreno iniziano ad esserci tutti.

Verso l’accerchiamento.

RICCARDO MASTRANGELI

Foto © Stefano Strani

Si è candidato a presidente della Provincia fornendo il suo volto più ecumenico, civico e trasversale. Il sindaco di Frosinone Riccardo Mastrangeli non è l’agnellino da cui si traveste. È un garbatissimo lupo politico che fiuta con precisione i suoi obiettivi e, seppure con infinita raffinatezza spesso associata all’innata eleganza, gli fa fare la fine dello spuntino di mezza mattina: finito in due morsi.

A quel volto ecumenico, alla disponibilità ad allargare la coalizione, alla possibilità a tirarsi indietro di fronte ad una candidatura più collegiale, nessuno nel panorama politico ha credito nemmeno un solo secondo.

La fuga in avanti proponendo la sua candidatura è stata una mossa astuta, intelligente: l’unica possibile. Perché con altrettanta lucidità anche Mastrangeli ha avuto subito ben chiaro che mai i Fratelli d’Italia gli avrebbero consentito di sommare le cariche di sindaco del Capoluogo e di Presidente della Provincia. Mai avrebbero accettato un ruolo subalterno in un territorio nel quale sono schiacciante maggioranza alle Politiche.

L’altro lato della medaglia è il dazio da pagare per compiere questa mossa. A presentare il conto nelle ore scorse sono stati i sindaci FdI di Ceccano e Patrica. Con una serie di accuse politiche forti e difficilmente contestabili. Perché Roberto Caligiore e Lucio Fiordalisio gli rimproverano di essersi candidato «senza una consultazione ed un progetto condiviso con Fratelli d’Italia. Si autoproclama il miglior sindaco possibile calpestando esperienze amministrative virtuose. Così facendo, si assume la responsabilità di una rottura ingiustificata e senza precedenti con gli alleati».

Lo accusano di non essere lucido, affetto dalla «bramosia dell’asso pigliatutto»; «si rende disponibile a valutare candidature diverse dalla sua, ma solo se ritenute da lui stesso più adatte».

Fermando le bocce ad oggi, l’elezione a Presidente della Provincia è probabile. La rottura di quella collegialità che proprio lui aveva costruito sul suo nome alle Comunali, invece è una certezza.

Percorsi agitati.

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