Top e Flop, i protagonisti del giorno: venerdì 9 settembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di venerdì 9 settembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di venerdì 9 settembre 2022.

DAMIANO COLETTA

Damiano Coletta (Foto © Andrea Apruzzese)

Potrebbe tuonare contro il ricorso che, nei fatti, si è concluso con un buco nell’acqua: dopo due mesi tutto o quasi è come prima. Da ieri sera lui è ancora con la fascia tricolore, i suoi avversari hanno ancora la maggioranza in Aula: dovrà ancora barcamenarsi per trovarne una di volta in volta. In un contesto simile, lanciare la scarpa contro gli avversari approfittando delle telecamere sarebbe stato comprensibile, come fece Muntadhar al-Zaidi nel corso della celebre conferenza stampa tenuta a Bagdad dove si cacciò il mocassino e lo tirò verso l’allora presidente Usa George Bush jr.

Ma il sindaco di Latina Damiano Coletta non è un qualsiasi Muntadhar al-Zaidi. E Latina è tutt’altro che Bagdad. C’è da lavorare, ci sono progetti da avviare, cantieri da competare, un Pnrr da realizzare. Subito dopo la proclamazione a sindaci al termine del turno suppletivo di elezioni comunali ha detto all’opposizione che non è più tempo di carte bollate. E che la situazione è chiarita: la città ha scelto lui e loro. E lo ha ribadito domenica. Ora gli tocca trovare una sintesi e fare le cose. (Leggi qui: «Dove eravamo rimasti…» via al Coletta 2.1).

Questo comporterà un bel po’ di Maalox politico per tutti: un sindaco Progressista che dovrà trovare un dialogo con un’aula di Centrodestra; un’Aula che in parte lo sopporta, in parte non l’abbozza proprio perché lo considera un parvenu ma dovrà individuare un modus operandi.

A meno che non decidano di staccargli la corrente. I numeri per farlo li hanno. Ma significherebbe tornare al voto per la terza volta in un anno. E senza avere risolto i nodi interni. Sono stati loro a portare Coletta alla trivittoria. Meglio un Coletta qualsiasi che un centrodestra incapace di essere coalizione.

Rien ne va plus.

DANIELE LEODORI

Daniele Leodori (Foto: Paola Onofri © Imagoeconomica)

Sono andati da lui. Il Presidente ed il Commissario nominato dal magistrato. Hanno bussato alla porta del vice presidente della Regione Lazio Daniele Leodori per vedere se riescono a costruire insieme una soluzione per i depuratori industriali del Lazio Sud. Quelli la cui gestione in provincia di Frosinone finisce ogni tot tempo sotto la lente della Procura.

Premessa: quando ci sono indagini in corso non si parla di quelle indagini, si lascerebbe il sentore – per quanto vago – di voler tirare per la giacca chi sta investigando e volergli suggerire una via di interpretazione. Ma nel caso dei depuratori industriali la storia è tanto antica da essere sufficientemente chiara: ciò che c’è da accertare sono le responsabilità.

Ed è una storia tipicamente italiana. Solo noi potevamo concepire un Pinocchio che viene incarcerato gridando la sua innocenza e subito dopo vede uscire tutti gli altri detenuti. Perché? domanda. Gli spiegano C’è l’amnistia. Si mette in fila: Allora vado via pure io. Il secondino lo blocca: Tu no, hai detto che sei innocente: l’amnistia libera solo i colpevoli. E lì Pinocchio si inventa ogni nefandezza pur di uscire.

Uno dei depuratori gestiti da AeA

Ecco, in un’Italia così buona parte dei depuratori sul nostro territorio è stata concepita quando c’era la Prima Repubblica e le opere andavano progettare per poter poi lucrare sugli appalti; come venissero realizzati e che funzionassero poco o per nulla a nessuno interessava: l’importante era accontentare tutti. Poi il mondo cambiò e quelle opere si dovette completarle e attivarle. Concepite decenni prima, realizzate metà in un modo e metà in un altro, utilizzate da aziende che non sempre sono state campionesse di ecologia. E così saltavano qualche passo della procedura, corrodendo gli impianti. Ce n’è per tutti i gusti.

Al presidente del Consorzio Industriale del Lazio Francesco De Angelis, all’amministratore giudiziario Massimo Barillaro al quale la Giustizia ha affidato gli impianti gestiti da AeA, preme che tutto funzioni. E per farlo funzionare servono i soldi. Daniele Leodori è quello che in Regione Lazio sta portando avanti tutto in attesa del rompete le righe e di nuove elezioni. Ma soprattutto, in questi anni è stato il problem solver di decine di sindaci ed amministratori locali. Individuando il corretto percorso amministrativo ed il giusti capitolo di bilancio per fare le cose. Tanto che De Angelis lo avrebbe voluto come successore di Zingaretti: poi c’è stato il movimentato dopocena che ha cambiato tante cose. Ma questo non gli ha impedito di tornare a bussare alla sua porta.

Hai visto mai che ci riescono?

FLOP

ENRICO LETTA

I numeri non lo confortano. Comprensibile. In un Partito Democratico capace di assassinare (politicamente) tutti i migliori leader negli ultimi anni l’hanno lasciato a camminare con le spalle sempre ben appoggiate alle pareti del Nazareno e senza né colonnelli né truppe necessari per affrontare una campagna elettorale. Ma il Segretario Enrico Letta ci ha messo anche del suo.

Perché se a tutto questo si aggiungono le scelte delle alleanze elettorali rivelatesi per nulla efficaci, lo scenario è da catastrofe ancora peggiore di quella determinata da Matteo Renzi cinque anni fa.

Che qualcosa di sbagliato nella strategia ci sia stato lo dicono le evidenze. I sondaggi di questi giorni danno un Movimento 5 Stelle in ripresa mentre da lì il Pd contava di drenare una parte del consenso, riportando a casa un bel po’ di voti. Piaccia o no, ci aveva visto giusto Nicola Zingaretti quando disse che Giuseppe Conte piace alla gente: infatti lui le piazze di Torino le riempie mentre Debora Serracchiani no. Poi che Conte capisca di politica quanto Alessioporcu di danza classica è altra faccenda.

I numeri iniziano a premiare anche l’alleanza tra Carlo Calenda e Matteo Renzi. Il quale – riferiscono le agenzie di stampa – ieri sera avrebbe detto con perfidia: “Enrico poteva fare tre cose, tutte comprensibili: un’alleanza di sinistra col M5s; oppure un’alleanza draghiana con noi; oppure andare da solo. Ha fatto la quarta cosa: un disastro”.

La campagna elettorale dei centristi si sta rivelando semplice e micidiale. Con due messaggi base: 1) Se vuoi che Mario Draghi torni a Palazzo Chigi vota noi; 2) Siamo quelli che stavano nel Pd ma che con quelli dei banchi a rotelle non hanno mai voluto avere niente a che spartire. Devastante in questo senso il tour che il sindaco di Posta Fibreno Adamo Pantano sta compiendo tra le file Dem in provincia di Frosinone.

Se era facile, mica Zingaretti se ne andava.

FLAVIO BRIATORE

Flavio Briatore (Foto: Benvegnu’ Guaitoli / Imagoeconomica)

Puoi dire la cosa più giusta del mondo ma se scegli le parole sbagliate ottieni lo stesso effetto d’un colpo di mortaio potenzialmente micidiale ma con la traiettoria sbagliata. Il colpo finisce a vuoto e spesso – per la legge di Murphy dove tutto ciò che può andare male lo fa – ottieni l’effetto opposto. Danneggiando te stesso.

È quello che sta accadendo a Flavio Briatore, rombante capitano d’industria nato dal nulla, e diventato icona del velocissimo mondo della Formula 1 per poi spostare la sua parabola su discutibili scelte di gastronomia.

Non hanno capito che chi crea ricchezza sono le aziende, gli investimenti. Io non ho mai visto un povero creare posti di lavoro“: Flavio Briatore lo ha scritto nelle ore scorse su Instagram. È una sintesi dell’intervista a Mediaweb Channel, in cui descrive le difficoltà di fare impresa in Italia. Sostenendo che fuori di qui gli Stati aiutano le imprese a creare ricchezza e posti di lavoro. E infatti le economia straniere crescono infinitamente più di quelle italiane.

Poi però c’è la frizione che sfugge. “Ricchi cosa vuol dire? Il ricco non è uno che va in barca ai Caraibi, il ricco investe sempre, continua a investire. Noi siamo partiti con 10 milioni di fatturato, ora fatturiamo 140 milioni. Abbiamo 1500 dipendenti. Invece di ringraziarti ti rompono anche il ca…. Concetto giusto ma espresso con le parole sbagliate: perché se la metti sul piano del ricco e del povero sei efficace ma perdente, in una cultura dove tutto ti viene perdonato ma non il successo. E dove l’invidia sociale è il veleno vitale per la maggioranza.

Avrebbe potuto ricordare che l’Italia è il Paese con il più alto tasso di analfabeti in Europa, quello dove si legge meno. E dove pochissimi conoscono una lingua oltre l’Italiano. Avrebbe potuto ricordare che pur di campare alle spalle degli altri ci sono migliaia di persone che hanno fatto carte false per ottenere il Reddito di Cittadinanza che non gli spettava. Che in Tunisia hanno un sistema informatico di prim’ordine mentre nel nostro non sei in grado di far dialogare il database dei vigili urbani con quello dei carro attrezzi incaricati di rimuovere le auto. E che con queste premesse è lecito incavolarsi come ha fatto Briatore.

Concetti giusti, parole sbagliate.


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