Internazionale: Top e flop dal mondo. I protagonisti della settimana

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai
Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

TOP

LA CORTE SUPREMA SPAGNOLA

Punto di svolta degli inquirenti iberici nella delicata indagine contro l’ex Re Juan Carlos. In questi giorni sono partite 120 rogatorie per accertare se l’anziano ma arzillo sovrano di Spagna abbia usato una sua amante come ‘spallona’ per dirottare fondi in Svizzera. Fondi che per la ‘fiscalia’ proverrebbero dritti dritti da una gestione delle finanze del Palazzo non proprio specchiata. Ma l’elemento che ha fatto passare l’indagine da delicata a pruriginosa è lei, Corinna Larsen.

RE JUAN CARLOS. FOTO © LIVIO ANTICOLI / IMAGOECONOMICA

Vediamo il palmares della nostra. Bionda, classe 1964, rampolla di una famiglia ricchissima che possedeva la compagnia aerea brasiliana Varig.

Poi compagna e moglie di miliardari svizzeri e teste coronate in disuso del ramo Witgenstein. Ancora: consigliera della principessa di Monaco e, secondo alcuni giornali scandalistici spagnoli, trombamica dell’allora Re Juan Carlos di Spagna.

Pare che galeotto fu un safari in Botswana del 2012, nel corso del quale i due, più che la savana, avrebbero esplorato le amache del campo base grufolandoci dentro come facoceri. Sta di fatto che l’ex sovrano era finito al centro di una indagine per distrazione di fondi ed era toccato proprio alla Larsen mettere una pezza a colori davanti ad un tribunale svizzero.

Come? Poco da fare: o ammetteva che Juan era stato il suo munifico amante o ammetteva che lei da amica aveva portato in Svizzera soldi spagnoli a bilancio reale. E la Larsen non ci aveva pensato su un attimo, un po’ rosicando, un po’ verbalizzando che una tranche di 64 milioni di euro erano il ‘lascito’ con cui il suo ex amato voleva assicurarle un futuro di benessere. Benessere ed investimenti a sei zeri per una ferrovia ad Alta Velocità in Arabia Saudita. Il conto si chiamava Adso, come il protagonista de Il Nome della Rosa di Eco.

El Pais aveva anche riportato le dichiarazioni per cui la bionda valchiria giurò di essere stata rapita dai servizi spagnoli. Aveva accusato l’ex capo del Cin, Félix Sanz Roldán, che aveva negato tutto. Insomma, un casotto maiuscolo a cui la Corte Suprema ha messo rimedio appaltando ad un super team di agenti fiscali il tracciamento. Di cosa? Di ogni rivolo di denaro che tramite prestanome abbia lasciato il Palazzo d’Oriente di Madrid per sperdersi nell’oceano degli off shore tanto cari ai maneggioni blasonati di tutto il mondo.

Il Nome della Rosica.

JOE BIDEN

È in testa a tutti i sondaggi Usa più accreditati per la corsa alla Casa Bianca, e questo lo si sapeva da tempo. Ma gli ultimi sforzi dei cervelloni che studiano il fenomeno danno un risultato molto più netto della fuffa mainstream di questi giorni. Quello per cui Joe Biden non è solo davanti a Donald Trump perché Donald Trump si è scottato le dita con la crisi Covid e con il caso Floyd. Biden rischia di vincere proprio perché lui è Biden, cioè uno che agli americani piace, a prescindere come diceva Totò.

JOE BIDEN

Secondo Real Clear Politics, che sta sudando neuroni sull’election day di novembre, Biden è avanti a Trump di 8,7 punti. Parliamo delle classiche intenzioni di voto messe a media statistica. Ma il dato aggiuntivo è un altro: il campione di americani preso in considerazione non è stato ‘sfruculiato’ solo sui grandi temi dell’attualità.

Il popolo Usa, figlio di una rivoluzione ma padre di tutti i riformismi cauti, è tradizionalmente malpancista. Tuttavia lo è più per indole teatrale che per ferma convinzione. Jimmy Carter diceva che gli americani non mentono mai tranne che in due casi: al telefono e in borsa.

I temi guida erano perciò solo in parte incardinati sullo spaventoso grip che il coronavirus ha sulla popolazione degli States, sulla noncuranza un po’ beota del presidente dalla zazzera orange e sull’effetto rebound del caso George Floyd. A bene vedere tutta roba che per contrappasso farebbe salire in gradimento anche il peggiore Ross Perot nella versione più vaccara possibile. No, Biden piace agli americani perché è un democratico solido senza spigolosità sanculotte. Poi perché punta al ceto medio e perché ha incamerato, furbissimo, tutta l’eredità morale del suo ex sfidante alle primarie.

E cioè quel Bernie Sanders che era riuscito a far breccia infida, specie nel middle west, in una fetta di repubblicani moderati. Gente che non concepisce l’approccio bullo di Trump alla politica estera.

Il risultato in numeri? Biden ha trasformato quell’eredità in ulteriori 3,7 punti di allungo sull’avversario. Saranno pure punti ipotetici e recuperabili nel trimestre che separa gli aspiranti Zio Sam dal loro obiettivo a Pensylvania Avenue, ma pesano. E Trump, che è molto meno rinoceronte di quanto non voglia far apparire, lo sa benissimo.

Bullo non ti temo.

FLOP

IL KUWAIT

Il Kuwait guarda al futuro e, per farlo, ha bisogno di mano d’opera specializzata. Quindi piange lacrime di coccodrillo e si scopre Paese sovranista che deve limitare gli ingressi. Tutto nasce da solidi fattori economici, dati ribaldi che hanno messo il piccolo e ricco emirato arabo di fronte ad un’amara realtà. Il Re Petrolio è nudo. E il primo ministro Sheikh Sabah Al Khalid Al Sabah ha contraddetto il suo cognome-scioglilingua e se ne è uscito di sintesi: Covid e crollo dei prezzi hanno disegnato un nuovo Paese.

Sabah Al Khalid Al Sabah

Un Paese che sembra non avere più bisogno di quei 3,4 milioni di immigrati che lo popolano. Perché si, la popolazione complessiva del Kuwait è attualmente di 4,8 milioni di persone. A fare i conti della serva quindi i cittadini kuwaitiani rappresentano solo il 30% della popolazione totale. Il resto è rappresentato da una super maggioranza indiana, poi da Egitto, Pakistan e Filippine. Sono tutti immigrati che offrono la comoda manovalanza a basso costo necessaria a foraggiare la filiera del petrolio e del gas. E sono quasi tutti analfabeti e senza specializzazione. Insomma, in regime di ricchezza erano l’ideale, oggi che la ricchezza deve gioco forza generarsi da filoni paralleli e su attività più articolate il Kuwait paga pegno.

E vuole metterci rimedio con un disegno di legge che mira a ‘potare’ la popolazione non indigena di quasi un milione di unità. A dirla più secca, gli indiani non dovrebbero superare il 15% della popolazione.

Il Kuwait Times ha citato il portavoce dell’Assemblea Marzouq al-Ghanem. Costui sostiene che così ci si concentrerebbe solo sul reclutamento di “lavoratori qualificati” e le imprese avrebbero un tetto massimo di stranieri da assumere.

Il guaio è che migliaia di famiglie straniere in Kuwait ci si sono già radicate in virtù di una utilità che oggi non viene loro più riconosciuta. Per loro il destino sembra farsi buio perché la storia ha voltato pagina e il Paese che li ha accolti pare proprio non abbia segnalibri etici.

Cammello ingrato.

EVO MORALES

Questione di ore: una manciata e il destino di Evo Morales sarà segnato. Morales vive da anni in Argentina ma non è un gaucho, è il più controverso presidente che la storia della Bolivia ricordi. Controverso e latitante. Ed è finito al centro di una indagine della Procura generale del suo Paese, l’ennesima, per finanziamenti al terrorismo e traffico di droga.

C’è un’accusa molto seria contro il politico dai tratti amerindi e dal piglio spiccio che era rimasto in sella dal 2005 al 2019.

EVO MORALES

Secondo i giudici lui, da presidente, avrebbe parlato al telefono con un alto papavero dei cartelli locali, coordinandosi con lui per chiedere aiuto militare durante i moti insurrezionali dell’anno scorso.

Il mediatore in questione avrebbe rappresentato le istanze dei seguenti gruppi criminali: Primo Comando, Comando Vermelho brasiliano e Federazione di Sinaloa, crimine a 24 carati, armato come e più di un esercito regolare occidentale medio. Tutti clan che Morales aveva avversato quando era un sindacalista dei coltivatori di coca.

Tirando via i fronzoli avrebbe brigato con il cocalero per farsi dare soldataglia spiccia da affiancare alla polizia. Questo per andarci ruvido con i manifestanti che lo volevano deposto, ma senza lasciare impronte digitali sul fattaccio.

Dieci giorni fa l’accusa era stata formalizzata dalla magistratura boliviana, ma serviva il suggello dell’Interpol, che per filone parallelo sbirciava anch’essa da tempo nel tinello di Morales. Ora serve che i due fascicoli siano accorpati ‘in medio’, per l’univocità dell’azione penale richiesta.

Intanto però i pubblici ministeri boliviani che hanno inquadrato in tacca di mira il loro ex leader hanno tirato fuori il più classico degli assi dalla manica. Cos’è? Un’intercettazione in cui il capo del cartello parla con una persona la cui voce pare proprio quella di Morales.

In quel frame si sente l’interlocutore del malommo chiedere «mas milicianos para protestantes». Messa così è una tana clamorosa, ma serve un’analisi della traccia vocale di Morales per la comparazione. E il presidente indio della tribù Aymara di comizi urlati durante il suo lungo abbraccio al potere ne ha tenuti anche troppi. Entro pochissimo i risultati di quel test diranno se Morales è solo un ex capo di stato con qualche guaio o un caudillo con una grana grossa come una casa sul collo.

Medio Evo.