«Quel rivoluzionario del vescovo Spreafico»

di Arturo GNESI
Scrittore – Medico
Sindaco di Pastena

 

 

Il vescovo di Frosinone, in un’intervista rilasciata a Ciociaria Oggi (leggi qui), conclude il suo ragionamento affermando che “viviamo in un territorio massacrato“. E che la politica “manca di una visione,un progetto di cinque, dieci e anche vent’anni“.
Penso che queste due semplici opinioni siano la sintesi di una visione realistica e drammatica della società che quotidianamente incontriamo nel nostro lavoro e durante lo svolgimento dei nostri doveri istituzionali.

Un territorio massacrato non solo dai veleni sparsi nelle acque della valle del Sacco ma disseminati lungo i cantieri della autostrada e della TAV Roma-Napoli. Industrie killer con licenza di uccidere che in nome del progresso e del profitto hanno smaltito illegalmente i rifiuti. Confidando anche in un sistema di controllo che non è mai riuscito, salvo qualche rara eccezione, a beccare i lestofanti con le mani nel sacco.

Un territorio massacrato perché manca il lavoro. Perché dopo una trasformazione della civiltà rurale in una forzata e temporanea civiltà industriale ci ritroviamo con i capannoni vuoti. La produzione trasferita all’estero e le campagne senza risorse e certezze per dare benessere e sviluppo economico alla nostra gente.

Un territorio massacrato anche per aver svenduto il patrimonio culturale e le ricchezze paesaggistiche. Che non ce la fa a mettere su un sistema turistico integrato, duraturo e rassicurante. Un territorio invaso, devastato e infiltrato dalle organizzazioni mafiose, troppo silenziose per destare preoccupazioni. Troppo radicate per essere estranee e indifferenti ai soldi che arrivano in Ciociaria sia per gli appalti pubblici che con le forniture di beni e servizi ad enti e strutture statali.

Ma il vescovo coglie nel segno anche quando​ evidenzia la mancanza di prospettiva e di lungimiranza della politica provinciale. Arroccata a difendere il suo status, aliena alla formulazione di percorsi a medio e lungo termine in grado di dare un futuro di speranze alle nuove generazioni.

Si vive alla giornata. Un moderno carpe Diem che non riesce a risanare gli squilibri sociali. A portare giustizia e solidarietà nelle categorie più deboli e svantaggiate, ad uscire fuori dall’ordinaria emergenza che rende gli ospedali,le scuole, la pubblica amministrazione un coacervo di obiettivi mancati o di traguardi falliti.

Dalle sintetiche osservazioni del vescovo appare ovvia l’idea che più una classe dirigente diventa immobile ed espressione di un paese che muore e più la politica per sopravvivere utilizzerà i suoi stanchi riti anziché rinnovarsi e favorire il cambiamento rimarrà sempre al suo posto circondandosi di facce nuove ma con una mentalità inutilmente vecchia sin dalla sua nascita.

Negli anni passati la voce dei pastori della chiesa veniva identificata con la conservazione e le diseguaglianze sociali, oggi al contrario fornisce elementi di innovazione per il buon governo della cosa pubblica.

 

 

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