Perché è così difficile dire no (e invece dovremmo imparare a farlo)

Maria Rita Scappaticci

Psicologa e blogger

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di MARIA RITA SCAPPATICCI

Psicologa e blogger

 

C’è un passo de ‘I promessi sposi’ in cui Alessandro Manzoni descrive il momento nel quale la povera Gertrude sta decidendo di prendere i voti, costretta dal padre a farsi suora. Si trova a scegliere tra dire un no imbarazzante e difficile da spiegare oppure un sì non voluto, ma risolutivo dell’imbarazzo stesso.

‘Disse sì, e fu monaca per sempre’.

Come per la povera Gertrude, anche per molti di noi è complicatissimo dire di No.
Rifiutare un appuntamento, declinare un invito, rimandare una convocazione: in tutti questi casi non sappiamo prendere le distanze da una richiesta scomoda, o se lo facciamo siamo presi da un forte senso di colpa per non aver accettato.

L’imbarazzo che ne deriva ci fa rispondere automaticamente, di fretta, anche se dire di Si significa scalare una montagna a piedi nudi al posto di godersi una bella giornata di ozio distesi su un lettino, oppure mettersi in condizioni pericolose o addirittura immorali.
La risposta è immediata, non sappiamo neanche bene cosa ci sia stato chiesto, ma pur di toglierci dall’imbarazzo di rifiutare, accettiamo.

Perché non siamo capaci di dire di No? E soprattutto perché non rispondiamo alle richieste sulla base dei nostri effettivi bisogni ed interessi piuttosto che assecondare sempre l’altro?

Essere in disaccordo significa rendere noi stessi attivi nella comunicazione. Significa mettersi in discussione ed, eventualmente, esporsi al rischio della critica. Vuol dire rompere la dipendenza: che abbiamo instaurato verso gli altri, della ricerca di compiacere qualcuno, di avere continui consensi e giudizi positivi che derivano dall’essere sempre disponibili.

In questa dinamica si nasconde la paura di non essere accettati, di perdere la stima per quello che si è davvero e magari anche qualche conoscenza che crede che siamo “buoni dentro”.

Chiaramente non tutti avvertono questo disagio, ma la letteratura ci riporta molte ricerche in cui sono le donne ad avere più difficoltà a negarsi. Perché? Per via del pregiudizio che le investe, secondo cui l’altruismo e l accudimento siano di natura femminile.

Ma siamo davvero sicuri che dire Si a tutti genera consensi e solo quelli? Siamo certi che dire Si sempre significa essere altruisti?

Se ci pensiamo bene, nel nostro comportamento non solo celiamo la voglia del consenso, ma anche la pretesa dell’essere ricambiati qualora dovessimo essere noi ad avere bisogno.
Ci aspettiamo che gli altri non rifiutino le nostre richieste ma siano sempre presenti, proprio come lo siamo noi.

Il risultato? Una grossa delusione quando ci si accorge che l’altro rifiuta una nostra richiesta o non ci apprezza come noi avremmo sperato.

Ci sentiamo arrabbiati, non solo per il fallimento di non essere riusciti a piacere, ma soprattutto perché rivendichiamo tutte le cose fatte per gli altri, il tempo perso e le mancate occasioni per dedicarsi a noi stessi.

E’ evidente che questo pseudo-altruismo, in cui crediamo di essere mossi da una nostra innata bontà, in realtà viene messo in atto per raggiungere un nostro obiettivo: essere accettati e passare per i migliori agli occhi di tutti.

E come se rispondessimo alla pressione sociale e non alla richiesta vera.

Imparare a dire di No, quando è necessario, significa costruire relazioni sane, basate sull’accettazione del nostro vero sé. E soprattutto significa concedere il diritto di rifiutare senza creare discordie e rotture di rapporti.

All’inizio può risultare difficile, ma con un po’ di allenamento si riscopre l’importanza di proteggere i propri bisogni, rimandando un’immagine evidentemente positiva di persone sane che sanno effettivamente cosa vogliono e che non sono disposte a patteggiare la propria vita per costruire false alleanze.

Il disaccordo crea conoscenza, alimenta il dialogo e mette in luce parti di noi che esistono e che vanno rispettate.

Nessuno, a lungo andare, ha stima di chi non è capace di definire i limiti della propria individualità, perseguendo l’illusione di andare d’accordo con tutti.

E Gertrude ci insegna che l’imbarazzo dura un momento ma accettare qualcosa di scomodo può compromettere una vita.

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