«Da bambino così salvai il ponte del Castello» (di G.Pizzuti)

Dalmazio Cellupica oggi ha compiuto 82 anni. Quando ne aveva otto, bagnò le candele di tritolo con cui i tedeschi avevano minato il ponte del Castello ad Isola del Liri.

di Gianpiero PIZZUTI
Il Messaggero Ed Frosinone

 

L’eroe bambino di Isola del Liri oggi compie 82 anni. Dalmazio Cellupica, classe 1935, mise a repentaglio la sua vita e quella della sua famiglia salvando il ponte minato sulla Cascata Grande del Liri all’interno del Castello Viscogliosi il 31 maggio del 1944 durante l’occupazione tedesca.

Una storia tenuta segreta per anni, oggi raccontata dalla sua viva voce, interrotta a tratti dall’emozione, con gli sempre occhi lucid.

«Il castello – racconta – era occupato dalle milizie tedesche, qui nel parco c’erano auto, camion, autoblindo, nascosti da teli mimetici. Con la mia famiglia eravamo rimasti gli unici custodi del sito, i proprietari erano sfollati. Non c’era nulla da mangiare, per fortuna c’era il fiume pieno di trote, gamberi e capitoni – racconta Dalmazio –  con quello ci siamo sfamati».

«Un giorno i tedeschi misero in ginocchio mio padre Francesco Loreto – continua – e lo picchiarono per ore, volevano sapere dove erano i soldi, l’oro del castello, ma lui non disse nulla, nonostante mia madre lo supplicasse di parlare, aveva paura che lo avrebbero giustiziato. Lo rinchiusero all’intero della centrale del castello, senza acqua e cibo; solo, scalzo ed in mutande».

«Io avevo 8 anni e mi permisero dopo 2 giorni di portargli qualcosa da mettere sotto i denti. Fu allora che mio padre mi disse che il ponte era stato minato :”Guarda sotto le volte ci sono le candele”. Usò il termine candele per farmi capire di cosa si trattasse (era tritolo) e mi spiegò come neutralizzarle : ”Prendi un barattolo vuoto di latta, quello dei pomodori (allora si usavano per irrigare gli orti), scendi nel fiume e riempilo d’acqua e bagna le candele, fai attenzione che se scivoli rischi di farti trasportare verso la Cascata. Devi farlo questa notte, prima che sia troppo tardi”».

«Seguii le istruzioni di papà. Era buio e faceva freddo, a piedi nudi scesi sul letto del fiume e bagnai tutti gli inneschi e prima di risalire gettai dalla cascata il barattolo di latta. Avevo paura che mio padre, stanco ed affamato, avesse parlato del nostro piano e ci avrebbero fucilato tutti compresi mia madre, solo quella fu la mia più grande paura non di essere scoperto durante il mio raid notturno».

«La sera successiva arrivò un sidecar con due soldati ed una macchina con tre soldati ed un ufficiale. Scesero e presero posizione, l’ufficiale sparò con la pistola la miccia partì, ma quando arrivò sotto il tritolo si spense. Stessa operazione per le altre due volte del ponte, la miccia camminava lentamente perché era umida e si spense. L’ufficiale iniziò ad insultare due soldati del gruppo, forse erano stati loro a mettere il tritolo sotto il ponte, poi uno dei due mi guardò e disse all’ufficiale “è stato il bambino”, l’ufficiale non gli diede retta fece cenno di risalire in auto e scomparvero nella notte».

«Due giorni dopo arrivarono i carri armati degli americani, ai miei occhi sembravano enormi e ricordo che i soldati buttavano caramelle e cioccolata».

I due ponti in città erano stati fatti saltare in aria, quello sul Castello lo aveva salvato un bimbo di 8 anni.

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