Da Siena ad Anagni: l’insostenibile irrilevanza del Partito Democratico

C'è un filo politico che unisce la sconfitta di Anagni con quelle che il Pd ha registrato nelle altre grandi città italiane. È l'abitudine alla sconfitta. Determinata dal fatto che nessuno si assuma la responsabilità di una deriva destinata a condannate i Dem all’irrilevanza.

C’è un filo rosso che lega la caduta delle roccaforti rosse come Siena, Pisa, Massa e Imola alla disfatta annunciata del Pd ad Anagni.

Dopo le dimissioni di massa per mandare a casa Fausto Bassetta e le divisioni insanabili che si sono manifestate, i Democrat sono rimasti fuori dal ballottaggio, spettatori nella sfida tra il centrodestra di Daniele Natalia e la coalizione civica (più Casapound) che ha appoggiato Daniele Tasca.

Il filo rosso è rappresentato da quella che ormai è diventata l’abitudine alla sconfitta: al referendum, alle amministrative, alle politiche, alle regionali. Da tre anni il Pd incassa sconfitte micidiali. A livello nazionale, ma pure in provincia di Frosinone: nel capoluogo, a Cassino, a Ceccano, a Sora, a Fiuggi e adesso ad Anagni.

Tutto questo senza che cambi neppure una virgola. Tutto questo senza che nessuno si assuma la responsabilità di una deriva destinata a condannate i Dem all’irrilevanza politica.

Sul piano nazionale Matteo Renzi, il Giglio magico e l’intera classe dirigente voluta dall’ex rottamatore continuano a fare finta di nulla. Mentre la Lega di Salvini dilaga, mentre i Cinque Stelle erodono altro consenso a sinistra, mentre l’affluenza crolla.

Sul piano locale è la stessa cosa. I big del Pd polemizzano fra loro, ma nessuno assume l’iniziativa di convocare un’assemblea urgente con le dimissioni dell’intero direttivo. Perché la responsabilità di queste sconfitte a raffica è di tutti. Del leader Francesco De Angelis, dei consiglieri regionali Mauro Buschini e Sara Battisti, del reggente Domenico Alfieri, del coordinatore della segreteria Lucio Fiordalisio, dell’ex segretario Simone Costanzo, degli ex parlamentari Francesco Scalia, Maria Spilabotte, Nazzareno Pilozzi.

Perché  nessuno in questi anni ha pensato di analizzare le batoste e di trarne le conclusioni. Nessuno ha pensato di rimettersi in gioco azzerando l’organigramma e celebrando un congresso vero. Nessuno ha pensato di favorire un ricambio di classe dirigente. E nessuno ha pensato di riavviare una strategia delle alleanze.

Anagni è l’ennesima sconfitta. Non sarà l’ultima, se tutto resterà come prima.

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