Fischi e fiaschi della XLIV settimana 2022

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XLIV settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XLIV settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

FISCHI

MONICA LUCARELLI

Monica Lucarelli

Una donna che abortisce nei termini della legge deve sottostare ad un’altra legge, quella di aver comunque interrotto una vita e probabilmente chiuso con un capitolo importante della sua. Monica Lucarelli deve aver pensato questo, quando assieme alla giunta del Campidoglio ha deciso di sanare una cosa non proprio cristallina.

La Lucarelli è assessore alle Attività produttive, Pari opportunità e Sicurezza di Roma Capitale ed ha tenuto a battesimo un regolamento nuovo di zecca per i siti cimiteriali dell’Urbe. Da una manciata di ore i feti sepolti nei cimiteri capitolini non riporteranno più il nome della donna nella quale erano stati concepiti: avranno solo un codice alfanumerico associato al numero di protocollo.

E in alternativa? Un nome, un nomignolo, perfino un vezzeggiativo, un ricordo malinconico e terribile di un atto di necessità e progresso che però non passa mai indenne sul cuore delle donne. Perché? Perché non è giusto, non lo è mai stato che chi ha deciso di fare un passo così radicale o abbia visto per cause naturali la sua gravidanza interrompersi, debba farlo sapere potenzialmente all’universo mondo. Lasciando il suo nome su quei cimiteri.

In punto di norma si chiamano sterilmente “prodotti abortivi” ma senza intortarci in una diatriba su quando inizi la vita che in Italia fa più veleni della cicuta, sappiamo tutti che comunque la si pensi quando una donna abortisce per un attimo muore un po’ anche lei. Ed ha il diritto di dimenticare senza che nessuno glielo ricordi, quando ha scelto.

Ha detto la Lucarelli: “Si è chiusa una fase fondamentale per i diritti delle donne. Per la tutela della loro privacy e del rispetto delle loro scelte. Oggi Roma ha aggiunto un tassello fondamentale nel mosaico della civiltà e dei diritti”.

L’elenco dei protocolli sarà in custodia e con esclusivo accesso alla donna. E sul cippo non ci saranno più croci con nomi di madri sfiancate da quello che dovevano fare, ma codici associati al numero di protocollo. Sembra burocrazia ma è solo un velo discreto su cose che non amano la luce.

Perché la luce ama solo la vita.

LUCIO MIGLIORELLI

Lucio Migliorelli

Qualcuno lo chiama intuito, altri dicono che sia solo il risultato dell’esperienza, certamente non è fortuna. Perché non è stato un colpo di fortuna ad evitare che la provincia di Frosinone tornasse nell’emergenza rifiuti, con l’immondizia lasciata davanti ai portoni delle case perché non c’è un posto dove andare a portarla.

Roba che i più giovani nemmeno hanno mai visto. Ma fu proprio l’immondizia arrivata ai primi piani delle abitazioni a convincere un giovane avvocato di Ferentino ad azzerare anni di chiacchiere, nominare un commissario, creare la società pubblica che ancora oggi gestisce il trattamento dei rifiuti facendoli lavorare nello stabilimento, pubblico pure quello, di Colfelice. Si chiamava Francesco Scalia.

In quello stabilimento oggi amministra il ciclo dei rifiuti il presidente Lucio Migliorelli, dottore commercialista con la passione per la politica ereditata dal papà che fu un pezzo della storia della Sinistra nel Sud Lazio. Oltre alla competenza sui numeri (che gli deriva dalla professione) Migliorelli ha la conoscenza della materia (che gli deriva dall’essere stato Capo della Segreteria dell’assessore che si occupava dei Rifiuti in Regione Lazio). E la capacità di dialogo con la politica (che gli deriva dall’essere stato il Capogruppo dei Ds in Provincia).

È tutto questo che un paio di anni fa lo ha portato a stringere un accordo con Francesco Borgomeo, industriale della ceramica con un progetto pronto ma fermo nei cassetti della Regione: quello per far smettere d’andare in giro per l’Italia agli avanzi delle cucine ed all’erba tagliata nei giardini e nelle cunette. Sono soci nell’impresa che dovrà realizzare l’impianto pubblico per ottenere gas naturale dalle immondizie. Occorreva però uno che il lavoro lo sapesse fare: Lucio Migliorelli e Francesco Borgomeo si sono affidati ad A2A, società pubblica delle province di Brescia e Milano colosso nazionale del settore.

È A2A ad avere aperto le porte di uno dei suoi termovalorizzatori ai rifiuti della provincia di Frosinone che non si sa ora dove mandare dopo averli lavorati nello stabilimento di Colfelice riciclando tutto il possibile. Perché a Roccasecca la discarica è esaurita da un anno ed il gestore non vuole sentirne di riaprire i cancelli fino a quando non gli danno garanzie sui livelli di inquinamento. Perché Viterbo sta per esaurirsi ed ha chiuso le porte a tutte i Comuni che non siano del Lazio Nord. E perché nel frattempo gli impianti non sono stati fatti, nessuno ha il coraggio che ebbe Scalia e siamo sempre punto e daccapo.

Con una differenza. Lucio Migliorelli s’è saputo scegliere il socio migliore. Che non lo ha lasciato con l’immondizia nelle strade. Intuito od esperienza, poco cambia. Certamente non è fortuna.

Lungimirante.

GIANCARLO GIORGETTI

Giancarlo Giorgetti

In Germania ci si va come i tedeschi altrimenti si torna da italiani”: la battuta è attribuita da Arrigo Petacco al Duca Acquarone, Ministro della Real Casa ai tempi di quando al Quirinale ci abitava un re basso invece di un Presidente Altissimo. E Giancarlo Giorgetti quel consiglio lo ha fatto suo probabilmente senza neanche sapere che fosse un consiglio e che recasse l’imprinting della monarchia.

A Berlino Giorgetti, l’uomo accusato di essere l’anello di congiunzione fra il Draghismo ed il Melonismo, ci è andato con il piglio cordiale di chi sa che la cordialità non va scambiata con l’acquiescenza. Ha parlato con il suo omologo teutonico Giorgetti, il patinato Christian Lindner.

E il responsabile del Mef, in prima missione per conto di Giorgia, “ha evidenziato l’importanza che l’Ue abbia una politica e una strategia energetica comuni maggiormente incisive in tema di energia”. Traduciamo da diplomatichese: se Bruxelles è intenzionata a continuare con “figli e figliastri” dando guarentige a Berlino ed ukase a Roma allora vuole dire che non ci siamo capiti proprio.

I due Paesi, Italia e Germania, hanno “comuni interessi economici“. E una nota del Mef ha anche spiegato che il summit di Giorgetti con Lindner ha consentito anche altro. Cioè “di approfondire le ultime misure del governo tedesco, illustrate da Lindner, per contrastare gli aumenti dei prezzi energetici“. Le ultime misure cioè con le quali Berlino ha messo sul piatto il suo Banco Sfavillante ed ha segnato un punto nella lotta al caro bollette, ma lo ha fatto senza fare squadra. E Giorgetti, che di avere nella stessa parrocchia tizi che battono da soli ne sa qualcosa, ha voluto dirlo, che lui ha capito e che ora tocca a Berlino capire.

Così è andato in Germania come un tedesco e si, è tornato come un italiano. Ma come un italiano che all’Italia ci pensa.

Ministren.

FIASCHI

ALESSIO D’AMATO

Foto: Giulia Palmigiani © Imagoeconomica

L’unità è stata la sua arma più potente. Come l’alabarda spaziale per Goldrake o il martello di Thor. Solo un’amministrazione regionale unita e compatta ha potuto affrontare la calata del Covid nel Lazio senza subire i disastri provocati dal coronavirus nella Bergamasca, in Lombardia, in Veneto e molte altre Regioni d’Italia. Oltretutto in un momento nel quale dal ponte mancava l’ufficiale in comando: Nicola Zingaretti era chiuso in una stanza, attaccato ad un saturimetro, con i medici pronti a caricarlo in ambulanza ed attaccarlo ad un respiratore se i parametri fossero scesi di un tanto così.

L’ironia del destino vuole che l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato, l’uomo intorno al quale c’è stata la più leale unità, rischi ora di diventare l’uomo della divisione. Nel nome del quale finisca in soffitta il Campo Larghissimo costruito nel Lazio da Daniele Leodori e Mauro Buschini mettendo insieme tutto l’arco progressista. E finisca anche la compattezza del Partito Democratico: aprendo una crepa capace di culminare nella scissione tra Ds e Margherita di un Pd che ben fuso non lo è mai stato.

In settimana il Pd ha azzerato le sue possibili candidature, compresa quella di D’Amato. Lo ha fatto per aprire senza preclusioni al Movimento 5 Stelle, ad Azione ed Italia Viva. Ma è stata un’altra mossa strategicamente corretta attuata nel modo tatticamente sbagliato. Al punto da trasformarsi in un’opportunità decisiva per il Terzo Polo. Nelle ore scorse Matteo Renzi ha di fatto lanciato la candidatura del Dem Alessio D’Amato, già benedetta da Carlo Calenda. Con uno scopo ben diverso: fare esplodere il Pd. Cosa che sta puntualmente avvenendo. (Leggi qui: Regionali: Renzi lancia D’Amato. E De Lillo dice “Rampelli”).

La detonazione finale potrebbe avvenire durante la manifestazione già annunciata da D’Amato per il 10 novembre al teatro Brancaccio. Potrebbe essere il giorno dell’annuncio di una candidatura fatta senza la benedizione del Partito Democratico. Alla quale darebbero il loro immediato appoggio sia Calenda che Renzi.

E per l’unità sarebbe la fine. Non solo per lei.

L’unità della divisione.

MATTEO BASSETTI

Matteo Bassetti (Foto: Imagoeconomica)

Ci sono errori che si fanno in punto di etica ed errori che si fanno in punto di tecnica. Poi c’è la somma di entrambi che nelle faccende umane non è aritmetica ma algebrica, cioè esponenziale.

Su questo tipo particolare di errore si è concentrato un signore che abbiamo avuto “tra i piedi” per due anni e mezzo, a volte con sincera apprensione, altre con fastidio. Di certo (quasi) mai con preconcetto spregio, a contare i poveracci che lo hanno minacciato sui social e di persona.

Attenzione, c’è un preambolo importante: Matteo Bassetti è stato per lungo tempo papabile ministro della Salute con il governo che oggi Giorgia Meloni guida. E per mesi e mesi è stato forse lo specialista più “vicino” alla parte più razionale di quelli che nelle misure anti Covid dei Governi precedenti ci avevano visto qualche iperbole inutile.

Questo per dire che di tutto si potrà accusare l’infettivologo del Policlinico San Martino di Genova. Meno che di essere uno notoriamente di giudizi scafati contro FdI, la Lega e certa Forza Italia. Perciò quando Bassetti dice al governo di centrodestra che ha fatto una cavolata conviene chiedersi non se Bassetti sia in malafede, ma se quella cavolata qualcuno per caso non l’abbia fatta davvero.

Quale? Quella che il primario ha definito “il modo peggiore per cominciare“. L’ha spiegata lui ma partendo da un preambolo, il tipo è notoriamente logorroico: “Abbiamo fatto lockdown troppo lunghi, abbiamo chiuso le scuole quando andavano riaperte, abbiamo sbagliato a mettere troppo a lungo l’obbligo delle mascherine“. Ma allora dove sta l’errore attuale?

Nella decisione dell’esecutivo di reintegrare anzi tempi i medici no vax. Sa molto di resa dei conti ed è uno schiaffo pesante al 95% degli italiani che si sono vaccinati”. Poi giù di categoria: “Ed è un schiaffo anche al 99,3% dei medici italiani che si sono vaccinati. Perché è come dire “siete dei cretini, hanno fatto bene quelli a non vaccinarsi“. Così, in punto di tecnica. E in punto di etica, l’etica sbagliata di dare del cretino a chi ti ha creduto e seguito.

Microscopio su Palazzo Chigi.

MATTEO PIANTEDOSI

Matteo Piantedosi

A rendere perplesso un essere senziente ci vuole tutto sommato poco. Basta che la navigazione della sua esistenza vada sdrucciola su un paradosso. E scatta quel meccanismo per cui l’occhio si fa corrusco e il cervello ha un baleno azzurrognolo di presa di coscienza.

Ed il motivo per cui il titolare del Viminale quella strobo l’ha fatta partire non sta nella sua condotta. No, non sono i casi rave, Ong-migranti o Sapienza ad essere “prova provata“, tuttavia sono peggio: sono spunto di analisi.

Matteo Piantedosi è ministro dell’Interno da troppo poco per innescare il meccanismo affidabile della serenità di giudizio. In più egli è espressione diretta di una data linea di governo, quindi tacciarlo di partigianeria è la cosa più inutile e pleonastica dell’universo.

No, quello che di Piantedosi lascia un po’ basiti è l’impressione forte che lui altro non sia che la soluzione in 3D al fatto che Matteo Salvini al Viminale non ci dovesse andare. Ma dovesse comunque andarci. Insomma, per linea, temi, piglio e mood Piantedosi sembra il surrogato legittimato dell’uomo di cui egli stesso fu ‘braccio operativo” quando ministro dell’ Interno era Salvini.

Essendo il primo poco papabile per il ruolo che ebbe, pare che Giorgia Meloni ne abbia perpetuato la linea semplicemente travasandola in un altro corpo. Che di quella linea fosse già uomo-brand. Così di fatto il Capitano ha due ministeri e quello che glielo governa per procura è ancor più salviniano di Salvini.

Tutti felici, tutti soddisfatti, tutti inermi di fronte al ritorno di quel ridicolo “è finita la pacchia“. Solo che adesso c’è un Matteo che lo scrive sui social ed un Matteo che lo fa succedere.

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