Quel Frosinone che gioca all’inseguimento di sé stesso (di E. Ferazzoli)

Come l'Italia nel 1982. C’è una differenza abissale tra provare a raggiungere una vittoria e credere fermamente di poterla conquistare. Il quarto posto, a cinque giornate dalla fine e a due punti dalla promozione diretta, non è di per sé  un dramma. Perché inseguire non è fuggire

Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

Era il 5 luglio 1982. La Nazionale di Bearzot, fino a quel momento criticata da stampa e tifosi, si ritrovò ad affrontare la squadra più forte del mondo.

L’Italia non era di certo l’Azerbaigian ma sulla carta pur sempre inferiore ai Carioca. Finì che vinse. Vinse contro il Brasile di Zico, Socrates e Falcão. Non perché questi avessero improvvisamente cessato di essere i numeri 1 ma perché l’Italia superò l’immagine che aveva di se stessa. E sul 2-2, dopo essere stata recuperata due volte, non si arrese all’idea subdola ma insistente di assecondare un epilogo pronosticato.

Rossi e compagni non giocarono una partita perfetta. Furono una squadra perfetta.

 

Il Frosinone di Longo ha sfidato l’Empoli mettendola sul piano del gioco – alla luce dei fatti forse l’unico a disposizione del mister – e tentando di contrastare in questo modo una squadra nettamente superiore sia per organico sia per freschezza fisica e tattica. Così, nonostante l’atteggiamento propositivo visto nel primo tempo – da valutare come requisito minimo e non come traguardo da decantare ai quattro venti – nonostante il vantaggio sia arrivato per ben due volte, nonostante il canto ininterrotto della curva ed uno Stirpe quasi del tutto esaurito, il bilancio finale è stato un insindacabile 2-4.

 

C’è una differenza abissale tra provare a raggiungere una vittoria e credere fermamente di poterla conquistare. Il primo ti mette in condizioni di giocartela tenendo comunque presente classifica, blocchi di partenza e limiti del caso. Il secondo azzera ogni variabile circostanziale, ogni individualismo e ti proietta nell’universo parallelo dei grandi gruppi, coesi, motivati e capaci solo loro di grandi imprese.

 

Sul 2-2, finite le gambe ed in debito di ossigeno il Frosinone non ha avuto più niente da offrire. Né gambe né tantomeno il cuore bensì la tristissima scena di un Dionisi che contesta apertamente la scelta di Longo di sostituirlo con Citro e che finisce per litigare con Ariaudo intimandogli più volte – anche da distanza ravvicinata – di stare zitto.

E mentre in panchina si faceva bella mostra di tutti i limiti mentali ed emotivi della squadra e di un giocatore che se la prende con gli chiunque altro pur di non prendersela con se stesso, il palleggio rapido e preciso della squadra di Andreazzoli invadeva il campo, annientava qualsiasi tentativo di manovra degli 11 in maglia giallazzurra e portava a galla le insufficienze atletiche e tattiche del Frosinone.

 

Sul gol del 2-3 una buona parte di pubblico lasciava lo Stirpe. Abbandonando anzitempo uno spettacolo poco gradito.

 

Il quarto posto, a cinque giornate dalla fine e a due punti dalla promozione diretta, non è di per sé  un dramma e sicuramente non è dipeso dal risultato con l’Empoli ma dai punti persi per strada nei tanti pareggi del girone di ritorno. Tuttavia “Non è mai finita finché non è finita”. Chi pensa che lo stato di cose non possa che condurre ad una resa dovrebbe farsi da parte. Inseguire non è fuggire ma rimanere a guardare è una sorte ben peggiore.

 

Lo sa bene la Nord, rimasta a cantare imperterrita e fiera per più di venti minuti oltre il termine della gara. A dispetto di come è andata, di come andrà e di uno stadio apparentemente vuoto perché

Il Frosinone siamo noi”.

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