Internazionale: protagonisti della settimana nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai
Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

TOP

CAO JUNJI

Prendete la nazione indicata come quella che al mondo d’oggi ha forse più scheletri nell’armadio. Ora mischiatela con un’idea di Ambiente che sta fra tosse canina e liquame. Fatto? Ora, come Muciaccia quello di Art Attack, abbondate con la colla vinilica del governare occulto di nazioni che tengono tallone sui popoli. Fatto? Bene, ora avrete lo starter pack della vulgata sulla Cina. Ed è un ‘pacco’ da cui, specie da qualche anno, vanno tolti molti, ma molti luoghi comuni. E il primo è proprio rappresentato dallo strabismo su Ambiente e piglio green. La riprova? Sta svettando da circa un mesetto in quel di Xian, nella remota provincia di Shaanxi. Inciso colored: per noi occidentali in Cina tutte le province sono remote, non è così ma scriverlo fa tanto figo.

La maxi torre per il filtraggio dell’aria in città

E’ una torre cilindrica di 116 metri di altezza. E «con una base formata da una struttura a pannelli solari che si sviluppa per circa la metà di un campo da calcio». Lo spiega l’agenzia New China e lo conferma la BBC, che prende le misure a tutte le cose in odor di sparata pubblicitaria gratuita. Si tratta del più grande purificatore di aria al mondo, e prende spunto proprio dai suoi gemelli domestici che hanno appunto forma cilindrica. Solo che alla base di questo ci potrebbero suonare indoor i Metallica. «I pannelli garantiscono l’energia pulita che serve per produrre l’aria altrettanto pulita. Aria da diffondere nella zona circostante».

Le aree urbane cinesi portano ormai da anni la croce di un inquinamento monstre che ha messo in moto i più grandi saggi nazionali. Chi sono? I ricercatori dell’Istituto dell’Ambiente dell’Accademia Cinese delle Scienze. Che hanno condotto test a manetta per sei anni capeggiati da un visionario dal nome di Cao Junji.

I risultati? Superbi. L’aria è migliorata su un’area di 12 km quadrati. La produzione di aria pulita in più è attestata a 10 milioni di metri cubi. E d’inverno l’aria calda canalizzata in quel sifone titanico dà tepore a circa 7000 abitazioni.

Cao Junji, Vice President of Institute of Earth Environment, Chinese Academy of Sciences (IEECAS)

Ah, dimenticavamo: il tasso di inquinamento da Pm 2.5 è sceso del 15% in venti giorni. Lo riscriviamo: in Venti Giorni. Tanto è piaciuta l’idea a Pechino che da quelle parti stanno pensando di fare il bis, ma aumentando le dimensioni. Come? Con una torre alta 500 metri e con un diametro di 200 metri. Avrà un raggio d’azione di circa 30 chilometri quadrati e potrà purificare l’aria di una città delle dimensioni di Taranto.

Dragone Verde.

LAUNGI BHUIYA

Sarà banale, ma la parte più grande dell’umanità se ne sta nascosta, ma per nulla inattiva, a cambiare le cose su questo pianeta. A cambiarle davvero. Questo perché, per un problema atavico di comunicazione, noi uomini tendiamo a scrivere la storia guardando attraverso la lente del sistemi complessi. E quando ne buttiamo giù i paragrafi preferiamo sbirciare più chi il potere già ce l’ha, piuttosto che cercare chi è nato per averlo. E quelli nascosti sono semplicemente gli uomini che non vogliamo vedere. Ci piacciono le cose già fatte via. Ecco perché anche a casa sua, Laungi Bhuiya è sempre e solo stato ‘madman’, il pazzo.

Laungi Bhuiyan

E a chiamarlo così non erano solo i bambini urlanti e col moccio del suo villaggio in India, Kothilwa.

No, a chiamare pazzo Laungi per prima era sora Bhuiya, cioè sua moglie Ramrati. Una donnina secca, ciacola e petulante imbarazzata da quel suo rituale quotidiano. Quale rituale? Per 30 anni l’uomo, ogni mattina, si è alzato e, impugnata una vanga, se ne è andato a piedi verso le colline.

Ma inquadriamo la scena: il villaggio conta 750 persone ed è abitato solo da ‘dalit’. Si tratta degli ‘intoccabili’, dei paria, di quelli che, nell’inflessibile sistema di caste indiano, sono gli ultimi fra gli ultimi. Gente che neanche puoi toccare, come dice il nome, pena la lordura dell’anima e una retrocessione a razzo nella scala per ascendere al Nirvana, al paradiso. Un po’ come gli juventini per gli interisti qui da noi, per capirci.

Il villaggio di Kothilwa si trova a 80 km dalla città più vicina e sta esattamente al centro di una depressione tagliata fuori dalle rotte monsoniche. Tradotto: lì non piove mai, e chi vive di agricoltura vive invocando le poche gocce d’acqua all’anno che danno velo umidiccio al mais più scalcagnato del mondo. Lì il problema non è Covid, ma i bambini che muoiono per disidratazione a mazzi, questione di prospettive.

E in mezzo ad una comunità di ultimi, l’ultimo degli ultimi era lui, Laungi, perculato dall’intero villaggio ogni mattina, perculato per 30 anni. Perculato per la zappa che si bilanciava sulla spalla secca e per il passo spedito verso le colline. Ma, in buona sostanza, quand’è che gli uomini sono davvero grandi? Semplice, quando hanno orecchie buone per i loro sogni e otiti per chi quei sogni li vorrebbe smontare.

L’uomo che ha scavato in 30 anni un canale di 3 km per irrigare il suo villaggio

Buhiya ha raggiunto ogni giorno per 30 anni, cioè per 10.950 giorni, le alture intorno al suo villaggio. Lì ha scavato, giorno dopo giorno, un canale nella terra rossa, infida, cedevole e polverosa. Lo ha contraffortato con assi di sicomoro e radiche di banyan dove la terra smottava. Lo ha deviato quando ha incontrato roccia bastarda. E si è marmellato le mani a sangue in un unico gesto: calare l’attrezzo e smuoverlo all’indietro gettandosi fra le gambe grossi grumi di pozzolana. Ogni giorno, per 30 anni. Ha scavato un canale di oltre 3 chilometri Buhiya, e ci ha addomesticato dentro un torrente intero deviandone il corso.

E mandando acqua quotidiana, acqua buona e tanta, nei campi del suo villaggio che ora producono pannocchie che Valle degli Orti scansati. Pannocchie che mangiano bambini che poi non muoiono. Al Jazeera ci dice che ora a Laungi non lo chiamano più pazzo al villaggio. E a lui che ora è un vecchietto un po’ dispiace, perché in fondo cos’è la grandezza se non una forma di pazzia messa a servizio di uno scopo?

Rabdomatto.

FLOP

MALIC KALIMA

Del Rwanda ricordiamo ‘solo’ l’immane massacro del 1994 con cui i livorosi Hutu fecero fuori a colpi di cotellaccio quasi un milione di Tutsi. Un massacro perfettamente rientrante nel copione africano di due etnie che se le danno e dell’Europa che interviene con le parole. Poi dell’Onu che condanna fermissimamente ma poi scappa (vero francesi?). Eppure, nell’economia planetaria del terzo millennio, lo Stato africano non custodisce solo ossa e segreti. E’ un vero scrigno. E attenzione, scrigno proprio di quei tesori che più fanno gola alle tecnologie dell’oggi e del domani. Niente robetta post coloniale alla idrocarburi sciolti dunque, ma cassiterite, wolfram, coltan, terre rare.

Una miniera di kimberlite

Sono tutti elementi e risorse che negli anni scorsi avevano portato nelle casse di Kigali cifre importanti. Qualche esempio? Si va dai 143 milioni di dollari nel 2018 ai 99 milioni nel 2019. Parliamo di vendita per mega stock, con rocce inclusive annesse. Una roccia inclusiva è il materiale in cui un elemento o un minerale ‘risiedono’ più facilmente in natura, sono un po’ i ‘materiali-spia’ della presenza di quella data risorsa.

Un esempio: è molto difficile trovare diamanti senza la loro roccia madre inclusiva, la Kimberlite. I dati che emergono da questa spunta di conto sono due. Il primo: gli stati leader del pianeta avranno anche pianto le miserie passate del popolo rwandese. Tuttavia non tanto da non spuntare prezzi micragnosi per prendersi le loro materie prime. Il secondo: i soldi che entrano sono forse la sola speranza economica di un Paese che per sopravvivere deve svendersi.

Jean Malic Kalima

Svendersi e svendere come ha fatto Jean Malic Kalima. Sarebbe costui il presidente della Rwanda Mining Corporation. In buona sostanza stiamo parlando, in una terra dove la democrazia è gargarismo da piazza d’armi e basta, del boss assoluto, del cassiere dello scrigno segreto della nazione. Una figura a cui sono assegnate prerogative quasi dittatoriali, che tratta con i Paesi esteri e che lo fa con il piglio del mercante di ghiaccio. Perché, secondo East African, Kalima l’avrebbe fatta sporchissima. Come? Ripescando i rapporti con i vecchi amici della Cina, che proprio in occasione dei massacri del ‘94 mise in mano ai macellai Hutu un milione di coltellacci da sgozzo.

In pratica Kalima avrebbe avviato trattative con esponenti di una società di telecomunicazioni cinese che ha il nome che comincia con H e finisce con I e che nel mezzo ha UAWE. Questo per offrire concessioni a prezzi stracciati sui giacimenti di terre rare, elementi indispensabili alla tecnologia degli smartphones. Elementi come il lantanio, senza il quale non potremmo sfiorare il touch screen e vedere la foto della morosa in chat. Tutto questo Kalima lo avrebbe fatto bypassando un tavolo tecnico disposto dal governo in carica. Importo della mazzetta per questo comparaggio agevolato? Un nonnulla: EA dice 12 milioni di dollari.

Traffichino equatoriale.

PHILIP WALTON

La libertà di movimento e di impresa è faccenda bella ed imprescindibile. Però è come il grappino della sera: se ne abusi rischi mal di testa. E il mal di testa che Philip Walton ha fatto venire al Pentagono era di quelli grossi davvero, roba da ‘painkiller’, come gli americani molto truzzamente chiamano gli antidolorifici. Per capire cosa ha fatto Walton bisogna capire chi è Walton.

E’ un agricoltore-allevatore-imprenditore del Delaware che quattro anni fa aveva deciso di fare fortuna con il cacao. E dove? Nel posto al mondo dove si coltivano alcune delle varietà più buone. Cioè nel posto al mondo dove è più probabile che in piantagione ti ritrovi sgherri armati che ti sollevano di peso in punta di kalashnikov. E che poi ti sperdono per selve: in Nigeria. Anzi, nel nord della Nigeria, dove cioè i pericoli striscianti che comunque ci sono a sud diventano pericoli a tre dimensioni.

Nel 2019 Walton era stato convocato dall’ambasciata Usa in Niger, lì vicino, ed era stato diffidato dal proseguire la sua attività. Cbs News spiega anche che all’agricoltore era stato offerto un robusto indennizzo per smontare la baracca da quel posto nel cui sottosuolo serpeggiavano tutti i nervi scoperti dell’Africa predatrice. Nulla da fare, Walton aveva dimostrato di essere uno ‘tosto’ ed era andato avanti. E come tutti gli uomini tosti in un mondo più tosto di loro aveva pagato pegno.

Le milizie in Nigeria

Una banda armata lo aveva rapito giusto qualche mese fa. David Martin, corrispondente per la sicurezza di Cbs News, aveva dato poi la bella notizia giusto a fine ottobre. Una new su cui immediatamente e per ovvi motivi erano saliti in arcione Donald Trump ed il suo “ex vice” Pompeo.

Quale notizia? Che Walton era stato liberato dal mitico Team Six dei Seal della Marina, quello che con altro organico aveva sforacchiato la capoccia di Bin Laden ad Abbottabad, per intenderci. Poi che gli ammazzasette delle forze speciali avevano spedito al creatore sei dei sette rapitori. E che nessuno degli ‘operatori’ (gli ammazzasette, per questione di lessico garbato, si chiamano così) era stato ferito o ucciso nel raid.

Tutto bene dunque. Bene ma non benissimo, visto che Walton ha deciso di tornare proprio lì dove ha i suoi legittimi interessi. Ma anche dove ha preso una strizza maiuscola e l’ha fatta prendere alle 12 famiglie dei soldati che per liberarlo non hanno giocato alla guerra, l’hanno fatta.

E dal Pentagono è arrivata una nota ufficiale in cui si afferma che in caso di recidiva «forse si interverrà di nuovo». Una semplice allusione, perché i soldati hanno un capo, una mission e un’etica, ma quanno ce vo ce vo.

Forse Speciali.