L’aeroporto si doveva fare: assolti D’Amico e Picano

FOTO © IMAGOECONOMICA / CARLO LANNUTTI

Chiuso il caso dell'Aeroporto di Frosinone. Assolti gli ex presidenti Giacomo D'Amico e Gabriele Picano: non ci fu peculato. Per l'accusa erano lì solo per sperperare denaro pubblico in quanto l'aeroporto non si poteva fare. Il processo ha dimostrato che erano lì in base ad una disposizione della Regione Lazio

Non rubarono niente, non approfittarono di niente. Stavano in quell’ufficio perché lo aveva istituito una legge. Stabiliva che a Frosinone si poteva realizzare un aeroporto sul quale concentrare voli da mezza Europa. Non quelli di Ciampino: in base ad un’altra legge, loro dovevano andare a Viterbo. Giacomo D’Amico e Gabriele Picano, presidenti della Società Aeroporti di Frosinone sono stati assolti dall’accusa di peculato ‘perché il fatto non sussiste’.

Prima di loro, in un altro processo celebrato con la procedura accelerata del ‘rito Abbreviato‘ era stato assolto anche Francesco Scalia: il primo presidente, al quale D’Amico e poi Picano erano subentrati.

Due sentenze che stabiliscono un principio: l’aeroporto di Frosinone non era un’invenzione della politica, non era un miraggio irrealizzabile, inventato solo per creare una poltrona dalla quale ricavare uno stipendio ed un po’ di rimborsi spese.

L’accusa: aeroporto impossibile

Il Palazzo di Giustizia di Frosinone

Cosa ha spinto la Procura della Repubblica di Frosinone a formulare quell’accusa? Quali elementi hanno portato magistrati esperti a contestare il ‘peculato‘ cioè l’appropriazione di denaro pubblico fatta da chi ricopre un incarico pubblico. 

Alla base dell’indagine c’è una serie di elementi concreti. Solidi. Al punto da portare il sostituto procuratore Adolfo Coletta a chiudere le sue indagini chiedendo il processo per i tre ex presidenti. Quali elementi? Innanzitutto «i rapporti negativi dell’Ente Nazionale dell’Aviazione Civile che con ben 5 studi e pareri aveva ripetutamente evidenziato, dal novembre 2006 al maggio 2007, tutte le criticità che non avrebbero mai potuto consentire la realizzazione dell’aeroporto commerciale di Frosinone». A quei cinque no se ne aggiungeva anche un’altro e più importante: «l’espressa comunicazione del Ministero dei Trasporti».

Nasce da qui l’imputazione. Che contestava ai presidenti tutte le spese che avevano sostenuto. Non due soldi. Stipendi, rimborsi, dipendenti, collegi sindacali, consulenti, progettisti… tutto inutile. Per la Procura «si appropriavano di denaro pubblico erogato dalla Provincia di Frosinone e lo destinavano ad alimentare la improduttiva operatività della società sostenendo rilevanti costi».

Quanto rilevanti? In tutto  3.253.842 euro compresi viaggi, cene, gadget. Tutto inutile, per l’accusa.

La difesa: c’è una norma

Gabriele Picano con il suo difensore Mario Di Sora

Il tribunale ha assolto il dottor Giacomo D’Amico (in carica nel periodo dall’aprile 2009 al luglio 2010) e l’avvocato Gabriele Picano (dal novembre 2010 al febbraio 2013) perché il fatto non sussiste.

In pratica? Pochi giorni prima che Giacomo D’Amico assumesse quella presidenza, il Governatore del Lazio Piero Marrazzo aveva approvato una disposizione con cui si individuava Frosinone come sede del futuro aeroporto. E si dava mandato a tutti gli uffici di predisporre gli atti conseguenti.

Stesso concetto per il suo successore, l’avvocato Gabriele Picano.

Un concetto ribadito dai difensori Pierpaolo Dell’Anno e Calogero Nobile (per D’Amico), Mario Di Sora (per Picano): i presidenti hanno ricoperto quell’incarico sulla base di una normativa regionale che diceva di fare a Frosinone l’aeroporto. Sul piano giuridico: se c’è peculato perché l’aeroporto era irrealizzabile non lo hanno commesso D’Amico e Picano ma lo ha commesso chi ha individuato Frosinone come sede dell’aeroporto. E cioè la Regione Lazio. Alla quale nessuno ha contestato niente.

GIACOMO D’AMICO. FOTO SARA MINELLI / IMAGOECONOMICA

Perché nessuno ha contestato la cosa alla Regione? Perché è un’Assemblea Legislativa ed aveva il potere di decidere la realizzazione di un aeroporto a Frosinone. Al punto da stanziare 4 milioni e mezzo di euro, da erogare in tre annualità alla società. E nel momento in cui una delle rate tardava ad arrivare  l’amministrazione Pompeo ha citato in giudizio la Regione per ottenere i fondi mai arrivati.

Elemento di non poco conto. È la stessa procura della Repubblica a non contestare né a Picano né a D’Amico d’essersi appropriati di denaro o altri beni dell’Adf con modalità più o meno furtive. L’accusa riguardava la loro attività di presidenti in toto: sarebbero stati lì sapendo che non avevano niente da fare.

Assolvendoli, il tribunale ha detto che sia Giacomo D’Amico e sia Gabriele Picano hanno operato nell’ottica di un progetto ritenuto fattibile e condiviso dalla Regione Lazio.

Il caso Scalia è diverso

FRANCESCO SCALIA. FOTO RAFFAELE VERDERESE / IMAGOECONOMICA

Proprio per questo è differente il motivo con cui è stato assolto negli anni scorsi Francesco Scalia. All’epoca lui si era dimesso da presidente della Provincia (e dell’aeroporto) ed era nella giunta regionale di Piero Marrazzo.

Tutto il suo mandato è avvenuto prima che la regione disponesse quel provvedimento. Allora perché è stato assolto? Perché tutto il lavoro prodotto da Scalia è approdato al tavolo del Ministero dei Trasporti del Governo Italiano. Che lo ha esaminato. E non ha detto no al progetto: ma ha detto che era migliore il progetto di Viterbo. Migliore perché Frosinone presentava alcune criticità tecniche. Quindi assolto perché ha provato davvero e fino in fondo ad ottenere l’aeroporto.

Sapeva che non si poteva fare ma promosse la disposizione regionale che diede il mandato a D’Amico e Picano. Perché è stato assolto anche per quello? Perché correggendo i limiti tecnici riteneva che Frosinone potesse avere il suo scalo. È per questo che venne assolto perché “il fatto non costituisce reato”. La Regione poteva fare ciò che ha fatto. (Leggi qui Aeroporto, le stronzate le faceva volare la Digos).

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