Perché né Trisulti né la marcia c’entrano con le dimissioni del cardinale

Né Trisulti né la marcia di dicembre c'entrano con le dimissioni del cardinale Burke dalla presidenza del DHI. C'è qualcosa di molto più alto. Che passa anche per la Ciociaria

Ascanio Anicio
Ascanio Anicio

Notista, Vaticanista, Ombra silente nella nobiltà nera di Roma

La marcia non c’entra niente con a quello che sta accadendo. E Trisulti meno ancora. Non sono loro la causa delle dimissioni rassegnate dal cardinale Rymond Leo Burke dal ruolo di presidente della “Dignitatis Humanae Institute”: la fondazione finanziata da Steve Bannon per creare una scuola di ‘gladiatori del populismo’ a Trisulti. (leggi qui Niente gladiatori a Trisulti: il cardinale Burke lascia l’Institute).

Se il cardinal Raymond Leo Burke ha un obiettivo, questo è la riforma in senso conservatore della Chiesa cattolica. E per perseguirlo, magari, il porporato americano ha pensato che Steve Bannon potesse essere un interlocutore utile. Ma il cardinale è anche un uomo che ragiona in termini di salvezza della Chiesa, nella sua indissolubile unità.

Cosa che forse non interessa così tanto all’uomo forte del sovranismo. L’ex capo stratega di Donald Trump, stando a quanto raccontano le cronache di questi giorni (leggi qui), ha in programma di strutturare un film sugli scandali legati all’omosessualità negli ambienti ecclesiastici. Questo è già un fattore che può aver contribuito alla decisione operata da Burke di rinunciare alla presidenza onoraria di DHI. Perché una cosa è porre le basi per un’alleanza tra mondo politico sovranista e universo ecclesiastico conservatore, un’altra è consentire che il “collasso morale” della Chiesa cattolica – come lo chiama Benedetto XVI – finisca per divenire un oggetto cinematografico.

Se a questo ci aggiungiamo che il libro che Steve Bannon starebbe prendendo come riferimento per la pellicola in fieri è quel “Sodoma” del sociologo e giornalista francese Fréderic Martel, la nube di dubbi finisce col dissiparsi ancora di più.

Basta porsi le domande giuste. Cosa racconta “Sodoma” di Burke? Intanto narra di come il cardinale verrebbe appellato in certi ambienti vaticani, come riporta ancora Dagospia (leggi qui), che riprese ai tempi della pubblicazione del volume in Italia un pezzo di Gianluigi Nuzzi per La Verità: “strega cattiva del Midwest“.

Poi c’è tutta la disamina sul presunto legame che intercorrerebbe tra l’essere omofilo e l’essere omofobo: chi, come lo stesso alto prelato statunitense, ha spesso posto il problema dell'”omosessualismo” dilagante negli ambienti ecclesiastici di questi tempi sarebbe, in realtà, troppo interessato dal tema per potersene definire completamente immune o estraneo.

Dovendo scegliere un’opera libraria dalla quale prendere spunto, in parole povere, Bannon potrebbe aver selezionato un testo non troppo favorevole all’alto ecclesiastico americano. E questo per usare un eufemismo. 

La Ciociaria e la “scuola di sovranismo” che sarebbe dovuta sorgere dalle nostre parti, a guardar bene, non c’entrano granché.  (leggi qui A casa di Bannon: «A Trisulti formerò gli agenti del populismo»). Anzi, se la marcia di protesta avvenuta a Trisulti nello scorso dicembre (leggi qui In marcia contro la scuola sovranista a Trisulti: «È ora di agire») ha avuto un effetto è stato quello di far sì che la politica si iniziasse a interessare del caso con maggior puntiglio.

Le cose che accadono nel mondo conservatore a stelle e strisce hanno luogo grazie a dinamiche di tutt’altro tipo.

Qui siamo dinanzi a un quadro semplice: Bannon e Burke condividono una certa dose di critiche all’operato del papa regnante Francesco. Ma uno è un consacrato della Chiesa cattolica e l’altro no. L’azione del cardinale muove dall’interno, quella dello stratega dall’esterno. E questo è un fattore che fa la differenza. Raymond Leo Burke può sollevare delle questioni dottrinali con frequenza, ma mai si sognerebbe di prendere di mira le istituzioni ecclesiastiche, perché – come ogni cardinale – tiene sempre in considerazione la loro inscindibilità.

Si tratta della stessa ragione per cui il tanto paventato “scisma” è rimasto sempre e solo sul piano dei pericoli: non è mai finito nel cassetto delle cose positive che sarebbero potute accadere per via delle continue rimostranze tradizionaliste: “Lo scisma è un male“. (Leggi qui).

Bisogna conoscerli, questi cardinali, per poter interpretare le loro mosse. Il cardinal Walter Brandmüller uno dei due firmatari rimasti in vita dei “Dubia” sull’enciclica Amoris Laetitia di Papa Francesco, è arrivato a dire che “La Chiesa tradisce il Vangelo se preferisce la politica a Dio“. (Leggi qui).

Ecco, l’esito elettorale europeo può essere stato un argomento di passaggio, ma il focus di questi “antibergogliani“, ora come ora, è tutto centrato sul prossimo Sinodo sull’Amazzonia, che è previsto per l’ottobre prossimo. Perché da quell’appuntamento passa il futuro della Chiesa cattolica su argomenti considerati molto più importanti come, su tutti, quello del celibato del clero. 

Collepardo, Trisulti, gli attivisti alatrensi, le associazioni che hanno manifestato tutta la loro contrarietà alla creazione della cosiddetta “accademia bannoniana” in Ciociaria possono anche esultare per quanto avvenuto, ma non c’è un collegamento sì evidente tra gli accadimenti di queste ore e il fatto che, specie una parte politica, abbia lottato affinché la Certosa non venisse destinata all’uso previsto.

Burke resta un conservatore e ci sentiamo di prevedere, che mai scenderebbe in piazza con l’onorevole Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana per evitare la creazione di un corso di studi in bioetica basato sul pensiero del cardinal Martino. (leggi qui Scontro a Montecitorio: «Togliete Trisulti dalle mani dei sovranisti»).

Il rischio costante, che tutti corriamo parlando di avvenimenti ecclesiali, è quello di confondere le categorie della politica con quelle ecclesiologiche. Soprattutto quando si parla di “tradizionalisti” e “conservatori“, bisogna tenere a mente un distinguo. Di sicuro – lo abbiamo già letto da più parti (Leggi qui) – il porporato non è contento dell’identificazione tra l’istituto che ha abbandonato e la visione politica cavalcata dallo stesso nei tempi più recenti.

Ma da qui a fare di Burke un campione del progressismo ce ne passa.