S.p.q.T.: sono pochi questi Totiani

Foto: © Imagoeconomica, VINCE PAOLO GERACE

Dal punto di vista mediatico sembra che Giovanni Toti stia per varare una corazzata. Ma all'atto pratico si vede bene poco delle colonne annunciate in fuga da Forza Italia. I casi sui territori

Ascanio Anicio

Esperto di tutti i mondi che stanno a Destra

Il governatore della Liguria Giovanni Toti l’altro giorno ha sciolto la riserva: il 6 luglio i suoi, nel senso di aderenti alla sua corrente, simpatizzanti e curiosi, si raduneranno a Roma per quella che per ora è solo un’iniziativa: “Italia in crescita“. (leggi qui Giovanni Toti fissa la scissione da Forza Italia: il 6 luglio al Brancaccio di Roma). Non è stata Forza Italia a convocare la reunion. Sembra il primo passo di uno strappo annunciato da tempo. Invece lo scenario è più complesso.

Partiamo da qualche semplice ragionamento. C’è una convinzione diffusa nei palazzi romani, specie negli ambienti liberal – conservatori. I quali ritengono che può esistere qualcosa da posizionare alla destra di Matteo Salvini.

Il piano

Si tratta di un piano, per la costituzione di un soggetto politico profondamente di centrodestra, in grado di interpretare il momentum, senza nessun “Patto del Nazzareno” a fare da spettro. Però qualcosa del genere già esiste, si chiama Fratelli d’Italia, è in rotta di lancio ed è guidato da una Giorgia Meloni che non ha alcuna intenzione di farsi fregare proprio ora che tutto sembra girare dalla parte giusta.

Giovanni Toti e Giorgia Meloni dialogano da tempo. Sono persino apparsi insieme durante occasioni pubbliche, ma il fatto che FdI non partecipi alla kermesse estiva del quasi ex forzista Toti qualcosa vorrà pur dire. É qua, in questo punto, che la parabola logica si interrompe. Perché il percorso più semplice da intraprendere sarebbe stato quello di allargare i confini di Fratelli d’Italia, accogliendo i transfughi.

Le perplessità

Ma il mondo liberale che fa riferimento alla causa totiana nutre delle perplessità. Conosce il destino che potrebbe attenderlo. Basta guardare alla performance di Alfredo Antoniozzi, candidatosi con i meloniani, alle scorse elezioni Europee: non è stato rieletto a Bruxelles ed è arrivato dietro Fabrizio Ghera, rampelliano doc. Antonello Iannarilli ad Alatri è andato “sotto” a un gruppo di ragazzi, neo-meloniani, che hanno sostenuto la causa del sindaco di Terracina Nicola Procaccini per indicazione del senatore Massimo Ruspandini.

La destra italiana è un mondo governato da logiche in cui inserirsi è difficile. Gli spazi elettorali sono quelli che sono e i legami comunitari, dalle parti di Giorgia Meloni hanno spesso governato i processi politici. A Toti & Co. questo fattore difficilmente sfuggirà.

Proprio per questo, verso questa adesione alla destra conservatrice e sovranista italiana, c’è un po’ di timore diffuso.

Le tre vie

Si dice che Forza Italia stia provando a risanare la spaccatura. É possibile. Giovanni Toti, dinanzi a sé, ha in effetti tre strade: quella del coraggio, con la fondazione di un vero e proprio Partito, una sorta di “Pdl 2.0”; quella del salto nel buio, che prevede un inatteso, almeno sino a qualche anno fa, matrimonio con il mondo di Fabio Rampelli; quella della critica interna, per cui alla fine quella del 6 luglio potrebbe rimanere una mera boutade interna a Forza Italia.

Per comprendere meglio di cosa stiamo parlando, conviene guardare ai fatti.

Giovanni Toti, nel Lazio, ha sostenuto la candidatura di Alfredo Antoniozzi. Con buona pace della dirigenza forzista, che ha sollevato il problema dopo due secondi.

Qualche settimana fa, il politico ligure aveva già tastato il terreno: organizzando una convention preliminare ad Albano Laziale. Dal basso Lazio erano partiti soltanto in due: Riccardo Del Brocco, che ha poi ha fatto votare per Nicola Procaccini, dando una grossa mano al risultato complessivo su Ceccano; Christian Piermattei, primo dei non eletti nella lista di Forza Italia a Ferentino e non solo, (leggi qui Un nome ed un metodo nuovi per Forza Italia. Ma niente scissioni). Si sono tirati indietro all’ultimo momento il presidente del Gal Terre di Argyl Adriano Roma e l’aspirante sindaco di Paliano Tommaso Cenciarelli.

Altri big che sarebbero potuti entrare in quella che per ora viene chiamata “Italia in crescita” non ce ne sono: in questi giorni hanno già dichiarato di appartenere a Fratelli d’Italia. È il caso di Antonello Iannarilli così come di Gabriele Picano, che non ha alcun interesse a spostarsi da dove sta ora.

Troppo poco per aspirare alla creazione di un soggetto politico: niente generali, un colonnello ed un maggiore, zero truppa dalla provincia di Frosinone.

La situazione romana

Nella Capitale la situazione è un po’ più chiara: le veci di “Italia in crescita” le fanno l’ex senatore Francesco Aracri e il consigliere regionale Adriano Palozzi. Poi ci sono i big nazionali di questa per ora solo eventuale nuova formazione politica, che corrispondono ai nomi dell’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni e del parlamentare di Fi Osvaldo Napoli.

Vale lo stesso ragionamento fatto per Frosinone: poca roba e meno voti ancora.

Sembra realizzarsi la profezia fatta a fine maggio da Silvio Berlusconi, per il quale «Toti ha dei suoi sentieri personali che a mio parere non porteranno da nessuna parte. Tutti coloro che sono usciti da Forza Italia si sono condannati all’invisibilità».

Nel frattempo però si è concretizzata l’altra profezia: quella con cui Toti ha replicato al Cavaliere: «Forse Berlusconi non si è accorto che è Forza Italia a marciare diritta verso l’inivisibilità. Dimezzare i voti in un anno mi sembra un ottimo viatico in tal senso».

Sono pochi questi Totiani

Da un punto di vista mediatico si ha quasi l’impressione che Giovanni Toti stia per mettere in mare una corrazzata, guardando a quello che accade nel Lazio. Invece, nulla si vede delle lunghe colonne annunciate in fuga da Forza Italia.

C’è il rischio che abbia ragione Vittorio Feltri quando dice che “che i berlusconiani senza Berlusconi valgono come i bottoni di una giacca che non c’è“.

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