La Lega e la tragedia della mascherina. Non solo a Terracina

Cosa insegna il caso Terracina. La necessità della Lega di sfidare i divieti. La mascherina che diventa protezione ma anche barriera.

Carlo Alberto Guderian
Carlo Alberto Guderian

già corrispondente a Mosca e Berlino Est

Il Covid-19 ha cambiato il mondo. Chi ha tentato di rimanere aggrappato al passato e negare l’evidenza ha passato un brutto quarto d’ora. Per informazioni passare a Washington e citofonare Trump che è stato messo di corsa sotto ossigeno e bombardato di farmaci; oppure andare a Londra e chiedere di Boris Johnson che è stato ad un passo dall’intubamento; ma anche Bolsonaro potrebbe raccontare qualche cosa. Tre capi di Stato tutti uniti da un comune denominatore: la paura di dover scendere a patti con la nuova normalità. Anche se impone poco più che l’uso di una mascherina. Ce n’è molta anche nella vicenda esplosa in queste ore a Terracina.

Per Matteo Salvini e la Lega non c’è solo la tronfia ostentazione di sicurezza che rasenta il bullismo, già vista in Trump, Johnson e Bolsonaro. C’è la disperata necessità di tenere in vita se stessa. Perché la Lega di Matteo Salvini non è quella di Umberto Bossi. È una Lega mediatica, fatta (benissimo) di slogan. Ma senza radici. Quelle del Carroccio di Bossi affondavano in profondità in un malessere tutto Padano che i Partiti non ebbero il coraggio di affrontare. Furono loro, Dc-Pci e Psi tra i primi, con la loro paura di cambiare, a generare quel malcontento dal quale è nata la ribellione leghista di Bossi.

Francesco Zicchieri e Matteo Salvini

Quella di Salvini è altra cosa. Ed è da lì che derivano situazioni come quella che si è sviluppata a Terracina. Dalla disperata necessità del contatto ravvicinato con la piazza, ostentare un bullismo tardo renziano con il quale colpire l’attenzione per cinque minuti. Senza seminare granché in profondità. Come dimostra la catastrofe elettorale alle Comunali. Sarebbe fin troppo facile collocare il mirino addosso al coordinatore del Lazio Francesco Zicchieri: la realtà dei fatti è un’altra, fuori dai terreni tradizionalmente leghisti, dove nacque la ribellione di Bossi e Calderoli, eleggere un sindaco del Carroccio è un’impresa.

Per questo ostentare lo spregio della paura per il Covid diventa una necessità. Perché seminare in profondità come fece Bossi richiede tempo, che non c’è più in una politica fatta di tweet e di messaggi lanciati al mattino e rinnegati la sera. Arrivando poi però a situazioni come quella di Terracina.

Effetto Terracina per la Lega

Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera”
Il candidato sindaco della Lega a Terracina, Valentino Giuliani

Lo speaker di quella serata elettorale è ricoverato da sabato scorso per Covid all’ospedale di Latina. Era la sera del 25 settembre: cena al ristorante Il Tordo di Terracina, 300 invitati, tutti molto assembrati, termoscanner agli ingressi e mascherine. C’era Matteo Salvini, il leader della Lega, accorso per tirare la volata al candidato sindaco Valentino Giuliani, sconfitto però ieri al ballottaggio. (Leggi qui Cambiare senza cambiare: Tintari e Maschietto sindaci).

Era presente tutto lo stato maggiore del Lazio a quella cena ed ecco che adesso, 11 giorni dopo, il bilancio è preoccupante: il deputato della Lega Francesco Zicchieri, coordinatore regionale del Partito, ha scoperto ieri di essere positivo anche lui, dopo il doppio tampone. «L’ho sentito al telefono, Zic dice che non ha sintomi, sta bene», racconta il capogruppo leghista alla Regione Lazio, Angelo Orlando Tripodi, che però da ieri mattina si è chiuso in casa in isolamento volontario e oggi andrà a fare il tampone pure lui. «Sto bene, passerà anche questa», ha scritto via social lo stesso Zicchieri ai militanti.

L’ex sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, presente al Tordo quella sera, prova a sdrammatizzare: «Io sto benissimo, se la Asl mi chiama vado a fare subito il tampone». La Asl di Latina, però, ha già avviato le indagini ed è forte il timore che proprio da quella cena elettorale si sia sviluppato un cluster, un focolaio, perché negli ultimi giorni c’è stata un’impennata in tutta la provincia. E infatti a Terracina (6 nuovi casi domenica, altri 3 ieri) da oggi sarà attrezzato un drive-in allo stadio «Colavolpe» a disposizione dei cittadini per fare i tamponi rapidi.

Chiudete le scuole, anzi no

Matteo Salvini stringe la mano a Valentino Giuliani nella cena ‘incriminata’

L’allarme è tale che ieri mattina, dopo un vertice in Prefettura a Latina, la dirigente dell’ufficio scolastico territoriale, Anna Carbonara, aveva invitato i presidi di tutti gli istituti statali e paritari di ogni ordine e grado a riprendere l’utilizzo della didattica a distanza: in pratica a chiudere le scuole. Al Ministero però non ne sapevano niente e grande è stata l’irritazione: la dirigente, così, a stretto giro di posta ha revocato l’iniziativa.

Intanto, tamponi per tutti quelli che il 25 settembre parteciparono alla cena del Tordo: così ha ordinato la Lega.

Dall’eurodeputato Matteo AdinolfiDomani saprò il risultato, ma ho già fatto un test sierologico giovedì scorso che ha dato esito negativo») allo stesso Valentino Giuliani, sconfitto ieri da Roberta Tintari di FdI («Per adesso non ho sintomi, mi fa più male aver perso le elezioni per 1.100 voti. Comunque quella del 25 era una serata a inviti, abbiamo conservato la lista con i nomi di tutti i partecipanti»).

E il capo? Matteo Salvini, il 25 settembre, aveva in programma un minitour per sostenere i candidati sindaci nel Lazio e la mattina stessa, parlando a Formello, ammise di essere «febbricitante e sotto cortisone». «Il medico mi ha detto di stare a casa ma sono qui», annunciò dal palco ai militanti. Il giorno dopo fece il test anti Covid e risultò negativo. Caso chiuso, almeno così sembrava.

Francesco Zicchieri con Matteo Salvini

Lega, odio e amore per la mascherina

Cesare Zapperi per il “Corriere della Sera”

Per un politico che fa del rapporto, quando non del contatto, diretto con la gente uno dei suoi punti di forza, la mascherina può essere protezione ma anche barriera. Ed è forse per questo che Matteo Salvini con quel dispositivo di protezione dal Covid-19 ha fin dall’inizio della pandemia avuto atteggiamenti altalenanti. Il suo mantra l’ha ripetuto anche ieri a Genova: «La prudenza non faccia rima con terrore».

Cioè, la mascherina non va usata sempre e comunque, e soprattutto, per chi rifiuta l’idea dello Stato precettore e pedagogo, «è una questione di responsabilità individuale». Sono concetti che ritornano quando, di fronte all’emergere di un focolaio di coronavirus sviluppatosi a Terracina in occasione di un suo intervento nella recente campagna elettorale per le Amministrative, il leader della Lega per qualcuno sarebbe il responsabile, se non diretto almeno morale, del contagio.

Salvini respinge quelle che considera insinuazioni e alla domanda di una giornalista risponde seccato: «Quando si è ammalato Zingaretti, lei è andata a chiedere a Zingaretti se si sentiva responsabile? Sarebbe stata una domanda bizzarra. Quando c’è di mezzo la salute non si scherza».

«Io la mascherina non la metto»

Il comizio del 25 settembre: tutti con la mascherina

Eppure, il tema resta perché nei mesi scorsi l’ex ministro dell’Interno è stato diverse volte al centro di polemiche per come ha usato o no la mascherina. L’episodio più discusso fu quel convegno in Senato a luglio, quando disse: «Io la mascherina non me la metto». A qualcuno parve un’adesione, parziale, alle tesi negazioniste. Ma gli uomini più vicini al segretario dissero allora, e ribadiscono oggi, che in quel caso, in una sala di Palazzo Madama sorvegliatissima, la mascherina non era necessaria perché era garantito il distanziamento sociale. Altri ricordano il comizio alla festa leghista di Milano Marittima quando il leader sul palco invitò un bambino recalcitrante a togliersi il dispositivo di protezione.

E anche lì fioccarono le accuse di sottovalutazione della pandemia e di essere veicolo di messaggi sbagliati. Rilievo che Salvini si sente muovere ogni volta che si mette a disposizione, spesso con naso e bocca non coperti, per le centinaia di selfie che chiudono ogni sua uscita. Parole di totale contrarietà alla mascherina l’ex ministro non ne ha mai spese.

Via la felpa, sù la mascherina

E dal suo staff fanno presente che anzi, in questi mesi, il dispositivo di protezione ha preso il posto che un tempo, nell’immagine pubblica, occupava la felpa. Salvini ha sfoggiato mascherine con simboli di categorie e naturalmente nomi di città e paesi. In agosto, e fece molto discutere, si presentò a Grottammare mostrando sulla bocca un panno nero con la scritta «Memento audere semper» (ricordati di osare sempre). È il motto di D’Annunzio molto in voga negli ambienti di destra negli anni 70.

Matteo Salvini con la mascherina abbassata

In campagna elettorale le mascherine sono state un gadget molto gettonato alle iniziative leghiste. E un imprenditore amico ha regalato al segretario del Carroccio uno stock di dispositivi in seta. Salvini ha anche lanciato appelli ai giovani: «Usate la testa, mantenete le distanze. Rispettate quello che la scienza ci chiede di fare. La mascherina quando serve va messa, ad esempio nei luoghi chiusi e nei treni». E lo ha ripetuto anche ieri. «Prudenza sì, mascherine sì, ma sono contrario alla chiusura delle attività commerciali».

Così, sempre stando in equilibrio sul filo tra obbligo, necessità e opportunità. Una scelta precisa. Che non piace agli avversari, ma che permette al leader leghista quell’approccio flessibile che non entri in contraddizione con il suo modo di far politica in mezzo alla gente.