Pd, la profezia di D’Alema. E le dimissioni frettolose

Massimo D'Alema lo disse subito: "Il Pd è un amalgama mal riuscito”. Le dimissioni di Nicola Zingaretti da Segretario lo confermano. È stata una resa alle correnti

Corrado Trento
Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

Dicembre 2008. A Walter Veltroni che metteva la Direzione Nazionale del Partito Democratico davanti al bivio, al grido di “innovazione o fallimento”, Massimo D’Alema rispondeva così: «Siamo un amalgama mal riuscito».

Aveva ragione lui, D’Alema. Lo dimostrano non soltanto le improvvise dimissioni di Nicola Zingaretti da Segretario. Ma le parole che Zingaretti ha usato: «Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti. Ho chiesto franchezza, collaborazione e solidarietà per fare subito un congresso politico sull’Italia, le nostre idee. Non è bastato. Anzi, mi ha colpito il rilancio di attacchi anche di chi in questi due anni ha condiviso tutte le scelte fondamentali che abbiamo compiuto. Non ci si ascolta più e si fanno le caricature delle posizioni. Ma il Pd non può rimanere fermo, impantanato per mesi a causa di una guerriglia quotidiana. Questo, sì, ucciderebbe il Pd». (Leggi qui Pd, Zingaretti si dimette: “Ora scelga l’Assemblea”).

Walter Veltroni (Foto Imagoeconomica)

Ora, al di là degli effetti speciali e del messaggio forte che si manda ogni qual volta si mettono in antitesi le poltrone e l’ennesima ondata del Covid, le parole di Zingaretti testimoniano il fallimento storico, prima che politico, del Pd. Anche del “suo”Partito Democratico, quello nato sull’onda lunga di Piazza Grande.

In quattordici anni i Democrat hanno cambiato, meglio “bruciato”, otto segretari: Walter Veltroni, Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Guglielmo Epifani (reggente), Matteo Renzi, Matteo Orfini (reggente), Maurizio Martina (reggente), Nicola Zingaretti.

Nello stesso periodo la Lega ha avuto tre leader: Umberto Bossi (che già veniva da lontano), Roberto Maroni e Matteo Salvini. Forza Italia è esclusa perché negli “azzurri”c’è il sistema della monarchia illuminata di Silvio Berlusconi.

La resa alle correnti

Dopo la sconfitta alle regionali sarde del 2009 Walter Veltroni lasciò la segreteria dicendo: «Basta farsi del male. Mi dimetto per salvare il progetto a cui ho sempre creduto». E il “facciamoci del male” è il filo conduttore della storia politica della sinistra, ma in particolare del Pd.

Impossibile domare le correnti. L’amalgama mal riuscita della quale parlava D’Alema si riferisce a questo. Poi sul piano politico il Partito è andato avanti e ha perfino colto diverse vittorie. Ma le sconfitte sono state più pesanti perché hanno snaturato il progetto iniziale. Le due culture, quelle provenienti dal Pci e dalla Dc, non si sono fuse e integrate. Ma soltanto sommate. E la somma in politica non fa… il totale.

Nicola Zingaretti

Detto questo, però, Nicola Zingaretti ha una maggioranza forte in assemblea, che sfiora il 70%. Bisognerà vedere alla fine della partita se le dimissioni saranno state tattiche (Zingaretti esclude ripensamenti, ma la politica è l’arte del ripensamento) oppure no. In ogni caso Nicola Zingaretti ha portato il Partito davanti ad un bivio che prevede, tra le opzioni, anche la reggenza e l’indizione di un nuovo congresso. Proprio quel congresso che il segretario dimissionario aveva più volte bollato come «roba da marziani con l’infuriare della pandemia».

Il prezzo pagato al governo Conte

Nicola Zingaretti ha ragione nell’analisi e nelle motivazioni. Ma nell’uno e nell’altro caso è in ritardo. Perché quando nell’estate del 2019 ha deciso di sostenere il Governo giallorosso e l’accordo con i Cinque Stelle (pur non essendo d’accordo) rinunciò alla freschezza e all’entusiasmo di Piazza Grande, il progetto con il quale aveva stravinto le primarie Dem. Archiviando la stagione del renzismo. Poteva lasciare la segreteria allora, nel 2019. Poche settimane fa invece c’è stata la fine della maggioranza giallorossa.

Nicola Zingaretti e Giuseppe Conte. (Foto: Filippo Attili / Imagoeconomica)

Nicola Zingaretti ha difeso ad oltranza il premier Giuseppe Conte e l’intesa con i Cinque Stelle, ben sapendo che non avrebbe avuto alternative. E infatti non poteva dire no al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quando ha chiesto al “suo”Partito di far nascere il Governo Draghi. Insieme alla Lega di Matteo Salvini e a Forza Italia di Silvio Berlusconi. Poteva dimettersi in quel momento da Segretario. Non lo ha fatto per senso di responsabilità.

Perciò il passo indietro annunciato su facebook (dove sono finiti gli organi ufficiali del partito?) è per molti versi incomprensibile. Anche se dovesse restare segretario per acclamazione. Come probabilmente gli ha suggerito Goffredo Bettini, lo stesso che lo aveva consigliato di insistere sull’arrocco a difesa di Conte.

Se invece davvero non ci saranno margini per una ripensamento, allora è un’illusione pensare che il Pd possa immolarsi su Zingaretti. L’Assemblea nazionale procederà con la nomina di un Segretario fino al 2023 o di un reggente fissando il congresso nel 2021. Con il cinismo tipico delle correnti.

Gli inevitabili riflessi a livello locale

Francesco De Angelis e Antonio Pompeo

Il caos è all’inizio Anche in provincia di Frosinone l’amalgama è riuscito male. Anche se questo non ha impedito al Pd di ottenere risultati importanti. Negli anni dei due Francesco (De Angelis e Scalia) il Pd ha dominato la scena politica locale. Però le due aree sono rimaste costantemente divise. E lo sono ancora adesso, con Antonio Pompeo che guida la corrente che fu di Scalia. Pensare Democratico di Francesco De Angelis, Mauro Buschini e Sara Battisti ha la maggioranza.

Ma il punto è che alle Comunali si va quasi sempre divisi e perdenti: a Frosinone (due volte), a Ceccano, a Pontecorvo. E anche quando si vince, è il caso di Cassino e Veroli (la prima volta), lo si fa in un clima di costante e perfino esibita contrapposizione.

È evidente che si apre una fase di forte fibrillazione. Come sempre. Con le dimissioni da segretario di Zingaretti, però, Pensare Democratico di De Angelis e Base Riformista di Pompeo non dovranno sforzarsi di far finta di andare d’accordo. E guerra sia.

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