I fischi ad Orfini ed il senso di De Angelis per il Partito

La riunione dell'Assemblea Nazionale Pd pone ancora di più Francesco De Angelis di fronte ad una scelta politica. I fischi a Matteo Orfini sono un segnale. La sua adesione a quell'area avvenne in un momento e con obiettivi diversi da quelli di oggi.

Bordate di fischi all’indirizzo del presidente del partito Matteo Orfini (capo della guardia pretoriana dell’altro Matteo, Renzi), cori “se-gre-ta-rio, se-gre-ta-rio” per Maurizio Martina, Matteo Renzi che non legge il discorso che aveva preparato e intanto si confonta con Maria Elena Boschi, tensione che si taglia con un coltello, delegati arrabbiati, proteste, ma anche tante sedie vuote. Ma nell’assemblea del Pd sono ancora una volta i numeri a dimostrare come la disfatta del 4 marzo abbia lasciato un segno profondo, sconquassando un partito che più si divide, più si indebolisce.

 

Dei 1021 aventi diritto all’Ergife si sono presentati in 829 registrati e con facoltà di voto. Un record di presenze per questa platea congressuale, segno che la volontà di partecipare, anche fischiando, c’è.

Alla fine sono arrivati soltanto in 302: ben 527 delegati si sono persi lungo le 5 ore di assemblea. In 205 non hanno votato neppure alla prima votazione, quella in apertura di riunione, sullo slittamento dell’ordine del giorno, alla quale hanno partecipato 624 delegati (397 a favore, 221 contro, 6 astenuti). Ma sono i 221 contro a conquistare la copertina. Cinque ore dopo, alla seconda votazione, quella sulla relazione di Martina, sono mancato all’appello altri 322 delegati. La relazione è stata votata da 302 delegati, 294 a favore e 8 astenuti. Da 829 a 302, in sole cinque ore.

 

Il Partito Democratico è un pentolone in ebollizione, che non è più possibile comprimere. Matteo Renzi ha capito ieri di essere sempre più isolato e che la maggioranza dei gruppi parlamentari e, forse ancora, della stessa assemblea non gli serviranno a nulla.

I fischi a Matteo Orfini hanno dimostrato l’insofferenza di una parte enorme della platea verso le strategie dell’ex rottamatore fiorentino, del quale Orfini rappresenta il plenipotenziario.

 

E’ un elemento sul quale deve riflettere in fretta anche Francesco De Angelis, leader del Pd in provincia di Frosinone. La sua adesione all’area di Orfini avvenne in un momento storico diverso e con l’obiettivo di dargli una sponda nazionale in virtù delle successive importanti candidature. Ma quella sponda non è servita a dare a De Angelis una posizione blindata alle politiche, quando invece nella stessa giornata il presidente dell’Asi riusciva a garantire quasi 30.000 preferenze scritte alle regionali per Mauro Buschini e Sara Battisti.

 

È venuto il momento di ripensare quella scelta, anche perché a livello locale non si possono attendere i tempi nazionali. Bisogna anticiparli, diventare una specie di laboratorio di avanguardia, perché comunque vada a finire la stagione del renzismo è finita.

Lo spostamento di AreaDem di Dario Franceschini (che aveva sostenuto Renzi alle primarie) è stato evidente. Può saldarsi con Andrea Orlando e Michele Emiliano e con molti altri.

Difficile immaginare adesso il ruolo di Nicola Zingaretti, perché Maurizio Martina ha lanciato un messaggio chiaro: lui la partita vuole giocarsela. Probabilmente “contro” Renzi e Orfini.

 

Francesco De Angelis deve scegliere e non si tratta di “tradire” (semmai è stato lui a non aver ottenuto quello che meritava). Bisogna prendere atto di quello che è successo, anticipando una volta tanto gli scenari nazionali. Ridisegnando, magari insieme agli atri big locali, il Pd in provincia di Frosinone.

 

Perfino i fischi a Matteo Orfini testimoniano la fine di un’epoca.

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