È morto Gerardo Gaibisso, il democristiano scomodo

Addio a Gerardo Gaibisso, storico direttore della Coldiretti di Frosinone. Negli anni Cinquanta una nota della Prefettura lo definiva 'L'uomo nuovo della politica locale'. Sovvertì gli equilibri della Dc. E rese Coldiretti una macchina perfetta. Parlamentare Ue due volte. In un libro le sue memorie

«Quanto ha detto che deve essere lunga questa dichiarazione, un minuto? Bene».

Accento toscano a dispetto degli anni trascorsi a Frosinone, lo sguardo fisso verso la telecamera. La lancetta del cronografo si ferma tra la tacca dei 59 secondi e quella che segnala il giro completo del quadrante.

«Per prudenza facciamone anche una da trenta».

Stessa scena. Con la lancetta che questa volta si ferma meno di un secondo dopo il mezzo giro esatto di quadrante. Senza avere preparato nulla, senza avere un foglio sul quale annotare i concetti oppure cancellare quelli già scritti.

Erano gli anni in cui i politici in provincia di Frosinone facevano a gara a chi parlava di più. Spesso senza dire nulla di sensato. Poi stava alla sensibilità dei giornalisti ricavarci qualcosa.

Scusi ma come fa?

«A Bruxelles accade ogni giorno. Magari lei si prepara un intervento, poi arriva un deputato tedesco o di un altro Paese che vuole dire la sua sul quel tema: a quel punto mica si allarga il tempo a disposizione del Gruppo, lo si divide tra quelli che sono iscritti a parlare. E non è una bella figura se il Presidente d’aula deve suona la campanella per ricordare che il tempo a disposizione è finito».

Gerardo Gaibisso era così. Preciso. Ma affilato. Soprattutto concreto. A costo di apparire spiccio. Come solo i toscani sanno essere. Soprattutto quelli del Grossetano, che vengono considerati con sufficienza dai fiorentini e dai pisani. E devono essere estremamente pratici, con la battuta sempre a portata di mano, pronti per non farsi fregare. E lui era di Porto Santo Stefano.

A Frosinone ce lo avevano mandato negli anni Cinquanta. La Coldiretti lo considerava uno dei suoi giovani più promettenti: dotato di capacità organizzativa, parlantina sciolta e modi molto pratici ma garbati.

Dicono che Paolo Bonomi stravedesse per lui. Se così fu, Gerardo Gaibisso ripagò con moneta sonante quella fiducia. Infatti, in breve sotto la sua guida la Coldiretti di Frosinone diviene una perfetta macchina sindacale e di consenso. Al punto che di lui si occupa in un appunto riservato il prefetto. È il 1958 e in una nota per la Presidenza del Consiglio dei Ministri sua eccellenza scrive «L’organizzazione bonomiana va suscitando in provincia sempre maggiori consensi, anche per merito del nuovo reggente la federazione Provinciale, dottor Gerardo Gaibisso, il quale, con la sua foga oratoria e la preparazione è risultato veramente l’uomo nuovo della battaglia politica in Ciociaria».

L’uomo nuovo arrivato da Grosseto cambia gli scenari politici in Ciociaria.

È lui a determinare i nuovi equilibri interni alla Democrazia Cristiana. Usando la macchina organizzativa e del consenso costruita intorno a Coldiretti, Gerardo Gaibisso riesce a bloccare la crescita dei fanfaniani in provincia di Frosinone: al termine di una intensa battaglia intestina sulle preferenze impedisce l’elezione di Lisi in Parlamento.

Ci riesce mobilitando gli agricoltori, sollecitando il loro impegno in politica, infiammando le coscienze durante le riunioni. Partono centinaia di richieste d’iscrizione alla Democrazia Cristiana.

Gli andreottiani del segretario provinciale Santopadre denunciano pubblicamente l’azione che «mirava palesemente a sovvertire gli equilibri interni della Democrazia Cristiana»

Gaibisso lo liquida dandogli dell’«irresponsabile» perché i voti così ottenuti erano innanzitutto democristiani e poi delle varie correnti. Erano consensi venuti a dare forza contro gli avversari esterni: socialisti e comunisti su tutti.

Il metodo usato da Gerardo Gaibisso per organizzare Coldiretti e darle una enorme potenza politica ha attraversato i decenni. Fino a quando, a metà degli anni Ottanta, il Partito decide che è arrivato il suo momento: ha così tanta esperienza in campo agricolo, organizzativo, politico che è l’uomo giusto da mandare al Parlamento europeo. È il 1984 e per la prima volta Gaibisso deve tarare su se stesso la macchina del consenso che proprio lui ha ideato e costruito per trent’anni. Viene eletto con una massa impressionante di voti.

Viene riconfermato nel 1989. Ricopre il ruolo di vicepresidente della Delegazione per le relazioni con l’Australia e la Nuova Zelanda. Poi e membro della Commissione per gli affari sociali e l’occupazione, della Commissione per la protezione dell’ambiente. Lo chiamano ad occuparsi della sanità pubblica e della tutela dei consumatori. Fa parte della Delegazione per le relazioni con gli Stati Uniti, della Commissione per gli affari esteri e la sicurezza, della Commissione per il regolamento, la verifica dei poteri e le immunità, della Delegazione per le relazioni con i paesi dell’America centrale e con il Messico.

I ricordi di quegli anni li riassume in un libro: “L’Europa del bioritmo”. Racconta l’approssimazione e la pochezza di molta della nostra politica. Soprattutto quella paracadutata in Europa senza nemmeno conoscere il francese o l’inglese.

Racconta Gerardo Gaibisso tra le pagine di quel volume che una sua collega, italiana, intervenendo in Commissione, disse: “Monsieur le president, vous m’avez sauté trois fois“, “Signor presidente, lei mi ha saltato tre volte”, non mi ha dato la parola. Peccato – racconta Gaibisso – che la parola “sauté” indicasse il “vigoroso impegno del toro nello specifico atto di riprodurre“.

Ma dopo poco tempo la balena bianca inizia a collassare. Gerardo Gaibisso capisce prima di tutti che un’era è finita.  Lui che ha mantenuto le mani pulite e non è stato nemmeno sfiorato da un solo schizzo di fango, decide di ritirarsi dalla rima linea.

Lucido e attivo fino alla fine, nel 2015 viene raggiunto dall’allora direttore regionale di Coldiretti Lazio, Aldo Mattia. Che gli consegna una targa per i 60 anni del patronato Epaca che era diventata un’altra micidiale macchina da consenso e politica accanto a Coldiretti proprio grazie a Gaibisso.

«Ora non ce la fo, ma appena mi passa questo dolore alla schiena accetto l’invito e vengo a vedere cos’avete combinato a Frosinone durante la mia assenza».

Non ha fatto in tempo. Si è spento oggi all’alba.

Non ne aveva bisogno di venire a vedere cosa avessero realizzato a Frosinone. Perché – è certo – nessuno potrà mai costruire in Coldiretti più di quanto fece Gerardo Gaibisso.

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