Top e Flop, i protagonisti del giorno: martedì 6 settembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di martedì 6 settembre 2022.

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di martedì 6 settembre 2022.

TOP

DAMIANO COLETTA

Damiano Coletta

Ha vinto le elezioni comunali di Latina. Battendo il centrodestra che in quel collegio è talmente forte che venne scelto cinque anni fa da Giorgia Meloni come varco trionfale per accedere in Parlamento. Il risultato di Damiano Coletta non è stato un colpo di fortuna: è la terza volta di fila che centra la vittoria. (Leggi qui: Vince Zaccheo, Coletta rimane sindaco).

Sbaglia il centrodestra a parlare di ‘vittoria di Pirro‘, allo stesso tempo sbaglia il centrosinistra a parlare di Latina come dimostrazione che le elezioni possono essere vinte.

La rielezione di Damiano Coletta è la vittoria di Coletta e del suo modello costruito al di fuori dei Partiti. È questo ciò su cui centrodestra e centrosinistra dovrebbero riflettere. Il sindaco che Latina si è scelto è un medico che da giovane faceva il calciatore, non è cresciuto nelle sagrestie della Politica e non le frequenta. Così come buona parte della sua squadra.

Vincenzo Zaccheo candidato del centrodestra

Latina è una città particolare, nata in un preciso momento della Storia d’Italia, considerata a ragione una località simbolo della cultura politica di destra. Ma proprio lì la destra ha messo in evidenza i limiti e le aberrazioni di una cultura partitocratica e di potere del tutto identica a quelle rimproverate alla sinistra. Una cosa è proporre un modello nuovo, cosa ben diversa è battere l’avversario per prenderne il posto e fare le stesse cose che fino ad un attimo prima faceva lui.

Le evidenze dicono che a Latina invece è accaduto proprio questo. È stato il brodo di coltura nel quale è nato il fenomeno Coletta: né di destra, né di sinistra, né grillino. E che la gente ha confermato tre volte pur essendo una città con il cuore a destra, come dimostrano i risultati del voto per il Consiglio avvenuto nello stesso giorno del voto per il sindaco. (Leggi qui: Il vero vincitore è l’anatra zoppa).

Forte di quei numeri il centrodestra vuole staccare la spina al sindaco. Copiendo una giusta mossa tattica ma un grande errore strategico. Perché il rischio è quello di trovarsi, dopo Coletta, un altro Coletta.

Triplete.

PIERLUIGI DI PALMA

Pierluigi Di Palma (Foto: Saverio De Giglio © Imagoeconomica)

Quello che per lustri l’Aeroporto di Frosinone ha rappresentato per territorio e classe politica provinciale sta a metà fra il sogno, la croce e gli scacchi, dove quello matto ha sempre scalciato via le pedine ciociare: quasi sempre “per tabulas” e con fascicoli penali insostenibili in dibattimento. Questo per dire che strologare sul tema con i toni trionfali de “finalmente è fatta” è semplicemente da scemi: chiedere a tal Scalia Francesco per credere.

Troppe menti lungimiranti si sono schiantate sul tema, troppe scatole nere non sono state ritrovate e troppi decolli hanno perso portanza già dopo il rullaggio. Diciamo perciò che la notizia che ha dato il presidente dell’Enac Pierluigi Di Palma la mettiamo nella bacheca delle cose belle da contemplare e non di quelle stupende da attuare, non ancora almeno.

E – nessuno si offenda – la mettiamo anche nella bacheca delle cose ovvie e scontate. Perché il presidente di Palma vent’anni fa era l’affermato ingegnere che per primo mise mano al tecnigrafo e progettò un aeroporto di Frosinone tecnicamente fattibile ed economicamente sostenibile. Dire il contrario di ciò che ha affermato in queste ore avrebbe significato sconfessare se stesso ed il suo lavoro fatto anni prima.

Quale allora notizia? Quella per cui l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile ha dato una bella mescolata al mazzo delle carte degli aeroporti ed ha tirato fuori il piano straordinario di riassetto degli scali italiani. Messa così sembra il titolo di un film ma è roba seria, a trovare realizzazione, fondi e le menti lungimiranti e pioniere di cui sopra.

Francesco Scalia per primo ipotizzò l’aeroporto civile

Con le nuove classificazioni ad esempio Milano Malpensa e Roma Fiumicino sono diventati “hub istituzionali” ed il Marco Polo di Veneziahub vocazionale“, mentre l’aeroporto di Catania Fontanarossa sarà “hub del Mediterraneo“.

Ora, prima di inciampare in una torre di controllo “penitenziale” facciamo la tara alla magniloquenza da lessico zen e cerchiamo di capire. Il segreto sta tutto nel concetto di reti di prossimità. Cioè di un sistema per cui dove si “ingolfa” un hub si dirotta tutto su quello più vicino. In questo modo il trasporto diventerà fluido e posti come Ciampino, Fiumicino e Malpensa non andranno in embolo.

Addirittura Di Palma ha calato l’asso per cui “nella capitale l’idea è quella ristrutturare l’aeroporto dell’Urbe sulla Via Salaria, inaugurato nel 1928 ma rimasto a margine rispetto ai due maggiori aeroporti romani”. Per lui “l’ex aeroporto del Littorio merita un rilancio. Chiediamo di destinarlo a un turismo di prossimità”.

Si, ma che c’entrano Ciociaria, Cassinate e Basso Lazio? Come ha spiegato Open che ha letto molto bene Repubblica Di Palma l’ha detta chiara: un’altra soluzione prevista dall’Enac è potenziare lo scalo militare di Frosinone, a sud di Roma. Il Girolamo Moscardini verrebbe ristrutturato e aperto alle compagnie civili.

E il presidente Enac, che non è un grullo, snocciola le condizioni di fattibilità: “Ovviamente una società privata di gestione degli aeroporti non può sostenere una simile operazione. Dovrà essere il governo a decidere il da farsi, a trattare con l’aeronautica militare e stanziare la spesa“. Il governo. Decidere. Trattare. Il governo.

Abbassa i flap sennò è un flop

FLOP

NICOLA CALANDRINI

Nicola Calandrini e Chiara Colosimo

Chi vince, governa; chi perde resta a contare. È una delle regole base delle elezioni. È quello che ieri è rimasto a fare il senatore Nicola Calandrini (Coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia) rimasto con un mucchio di voti in mano ma senza il sindaco nel municipio di Latina.

Urbi et orbi ha ricordato che FdI è cresciuta, che il centrodestra ha aumentato la sua pattuglia in Aula, che il sindaco ormai è assediato, che il centrodestra gli staccherà la spina subito perché ha tutti i numeri necessari per farlo. È la rappresentazione plastica del concetto “chi perde, resta a contare”.

Perché, vuoi o non vuoi, le elezioni bis di domenica erano una gara a vincere, non a recuperare. Se la posta in gioco è una, la consolazione non è tra i premi da considerarsi. Zaccheo ha recuperato, ha fatto una marea di azioni d’attacco: ma Coletta ha parato tutto. (Leggi qui: Il senso di una “rivotazione”).

Staccare la spina all’amministrazione Coletta è la mossa più logica che il centrodestra possa fare. Ma sarebbe la più sbagliata se non analizzasse e risolvesse prima i problemi che l’hanno portato a perdere contro di lui le elezioni per ben tre volte di fila. Perché le elezioni a tutto possono essere paragonate ma non ad un Gratta e Vinci nel quale il risultato dipende solo dalla fortuna.

I leader del centrodestra

Il centrodestra ha perso tre volte contro Coletta a causa dei suoi veti incrociati, della sua incapacità di essere unito al di là della forma, dell’evidente partita di potere che stava disputando usando la città come terreno di gioco. È per questo che gli elettori hanno preferito Coletta: medico assolutamente sconosciuto alla politica, estraneo ai meccanismi di gestione di un Comune. Immaginatevi d’andare in Sala Operatoria e trovare con il bisturi in mano un sindaco che non ha mai visto nemmeno una tonsilla. A parti invertite siamo a questo.

Ma Coletta è stato rieletto nonostante questo. Perché era talmente insopportabile il tanfo partitocratico che proveniva dalla destra, da preferirgli un qualunque Coletta per di sottrarsi al giogo.

Non basta staccare la spina. Occorre risolvere i problemi interni. Altrimenti vincerà un altro Coletta.

Intanto conta.

CLEMENTE MASTELLA

Clemente Mastella. Foto © Paolo Lo Debole / Imagoeconomica

“Noi di Centro” è uno dei satelliti multipli di un pianeta che per questa sarabanda elettorale è tornato visibile ai telescopi di chi sbircia le cose politiche. Mai come in questa fiata d’urna il concetto stesso di “centro” è diventato evocazione quasi mistica della moderazione che surroga e spodesta i latrati, le urla, gli slogan ed i Partiti con la cistifellea ingrossata degli ultimi 20 anni.

Tutti lo vogliono, ognuno lo invoca e ciascuno dice che il suo “è più centro” di quello degli altri. Insomma, se il centro è una bussola la cosa importante è che gli italiani capiscano che ci sono nocchieri. Gente studiata ed affidabile in grado di tenerla in mano segnando le nuove rotte di un’Italia che abbandona l’heavy metal di sovranismo e populismo e torna alla piacioneria melodica e borghese di Nicola Di Bari.

E il Nicola Di Bari più centrista di tutti non è di Bari, è di Benevento, tal Clemente Mastella. Chiariamoci: che Mastella entro certi limiti faccia bene a ricordare anche agli acari della polvere che il vero centro è lui e che in quanto ultimo dei democristiani della vecchia guardia lui è quello che ha il sangue della schiatta nobilissima è pacifico. Lui è l’ultimo dei mohicani, il soldato giapponese sull’isola, il Buster Keaton di fronte al sonoro.

Il tutto si fa un po’ meno accettabile quando questo mantra, per paradosso, diventa talmente ossessivo e di loop che prende esattamente le forme in slogan. Di quelli che Mastella addita come la peste. In buona sostanza e senza accorgersene Mastella sta diventando un populista democristiano. Uno che, come Salvini, parla per spot. Ed anche prima di ordinare al ristorante ci mette prima la sua bella frase gingle.

Ad Avellino per esempio Mastella ha dovuto corteggiare i demitiani e lo ha fatto con toni che Salvini a paragone pare la signora Enea di Andreotti quando doveva rimandare a casa i contadini di Ferentino con le uova fresche per il Presidente. “Il mio appello è rivolto a tutti i democristiani di questa provincia: sono l’ultimo tra i democristiani in campo con storia più lunga. Invito i demitiani a votarci, perché ritengo che siano stati maltrattati dalla classe politica arrivata dopo”. Applausi.

Ora, fra dire una tantum che si è del centro di sangue blu e farci sopra pure qualche sporta di voti e beatificare tutto il centro che fu, dimenticando che anche quel centro là di guai ne fece tantitantitanti ce ne passa. Ci passa la stessa distanza che c’è fra un gruppo heavy metal e Nicola Di Bari. Ma fa dimenticare che fra l’uno e l’altro magari (al centro) c’è Vasco, che fa rock ma non assassina le orecchie. Quelle e il buon gusto di non martirizzare troppo che i martiri li fece.

Siamo solo voi.

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