Trattative fallite, a tutta velocità verso gli scogli

Nulla è accaduto. Proprio per questo è accaduto tutto. Niente dimissioni in massa. Niente soluzione della crisi con i dissidenti. Si va verso gli scogli.In 4 ritirano il loro voto al sindaco. Che non trova alleati. Se nulla cambia, l'unica soluzione saranno le dimissioni

Carlo Alberto Guderian

già corrispondente a Mosca e Berlino Est

È accaduto nulla. Proprio per questo è accaduto tutto. Allo scadere dei termini, nessuno si è presentato a mettere la tredicesima firma sul registro, fondamentale per far cadere l’amministrazione comunale di Cassino. Nessun azzeramento è stato fatto dal sindaco Carlo Maria D’Alessandro, mantenendo chiuse le strade ai tre consiglieri dissidenti di Forza Italia. Nessun passo è stato fatto dai dissidenti per ricomporre la frattura.

Nulla è accaduto. Proprio per questo è accaduto tutto. I tre dissidenti (la capogruppo Rossella Chiusaroli, il presidente del Consiglio Comunale Dino Secondino, il presidente di Commissione Gianluca Tartaglia) non si sono dimessi. E nemmeno il Consigliere Antonio Valente di Noi con l’Italia, che ha condiviso la loro posizione. Ma da ora i loro voti non stanno più nella maggioranza. Che può disporre solo di 9 voti su 24.

Manderanno l’amministrazione D’Alessandro a schiantarsi tra qualche giorno. A meno che il sindaco non decida di evitare l’onta e preferisca autoaffondarsi.

(Esattamente quello che noi vi avevamo detto Il giorno in cui nulla accadrà nella crisi. O forse no.)

Figuraccia Lega

La Lega è rimasta con il cerino acceso in mano. Il bluff è stato scoperto. Non aveva nessun tredicesimo uomo pronto a firmare le dimissioni per mandare a casa l’amministrazione. (leggi qui le tappe della crisi Si dimettono in tre: ma restano in maggioranza e qui Tre cose da mettere in fila per capire cosa c’è dietro alla ribellione in Forza Italia)

Per settimane ha tenuto aperto presso il notaio Colella un registro, sul quale apporre le firme in calce ad un documento in cui si manifesta la propria disponibilità a dimettersi.

Perché questa procedura in apparenza così bislacca? Non ci si dimette davanti al Segretario Comunale o in Aula durante il Consiglio? O dal notaio ma tutti insieme? Una ragione c’è. La spiega proprio la Lega: «in Aula il sistema di votazione penalizzerebbe i Consiglieri di maggioranza che sono chiamati a votare per primi». Per essere chiari: io, esponente della maggioranza, mi dimetto in Aula durante l’appello; poi i 12 esponenti dell’opposizione (o anche uno solo) non fanno altrettanto; la mozione di sfiducia non viene approvata ma le mie dimissioni sono valide e me ne devo andare a casa.

«Annotazione condivisibile» evidenzia la Lega, alla quale viene fatta da «un Consigliere di maggioranza, ci ha invitati a dimostrare se realmente le opposizioni avessero 12 Consiglieri, in tal caso si sarebbe aggiunto alla sfiducia, ma non in aula consiliare» per il motivo di cui sopra.

Quindi, si va dal notaio. Tutte le opposizioni, alla spicciolata, vanno a firmare. «Al raggiungimento della dodicesima firma abbiamo informato il potenziale tredicesimo, e ci ha chiesto di posticipare a lunedì la data ultima di scadenza».

Ah, e come mai? Doveva pensarci ancora? È un burlone, stava scherzando e non pensava lo prendessero sul serio? Sarà così. E una volta trascorse altre due notti in meditazione? Sparito: «Da parte di diversi Consiglieri di maggioranza sono arrivate giustificazioni del tipo “vogliamo votare contro il Sindaco in aula, o non vogliamo andare a traino della Lega o del Pd».

Il rumore delle dita che scivolano sullo specchio nel vano tentativo di arrampicarsi si sente bene?

La realtà dei fatti è che la Lega non aveva la tredicesima firma e si era illusa di averne anche quattordici.

Le trattative segrete

Nelle stesse ore Mario Abbruzzese, vice responsabile nazionale Enti Locali di una Forza Italia sempre più in dissoluzione, tesseva la tela. Tentava di ricucire i rapporti interni al Partito e riaprire il dialogo con le altre forze politiche.

C’è chi parla di fantomatici assessorati promessi ai dissidenti, mirabolanti spacchettamenti di deleghe. «Ma solo dopo l’approvazione del bilancio».

Se fosse vero sarebbe un insulto all’intelligenza degli interlocutori. Infatti, una volta approvato il Bilancio il loro voto è del tutto inutile. Non serve più. Si può traccheggiare per mesi.

Senza entrare nei dettagli, i tre dissidenti ammettono gli incontri. Avvenuti anche nella giornata di ieri. E ribadiscono la linea della loro coerenza: non chiedono assessorati o ristori, vogliono un azzeramento interno a Forza Italia e ridistribuire gli incarichi.

Timone a dritta

Il sindaco non intende azzerare un bel niente. Perché è chiaro che a quel punto diventerebbe ostaggio di chiunque siede in maggioranza. Basterebbe che tre Consiglieri si mettessero d’accordo e ogni volta Carlo Maria D’Alessandro dovrebbe procedere all’azzeramento. «Non ci penso proprio».

Se i dissidenti non si arrendono e se lui non cede è chiara la conseguenza: la rottura diventa definitiva ed il sindaco non può più contare sui voti dei tre di Forza Italia (e quello di NcI).

Il sindaco ha chiaro che la conseguenza della scelte di tenere la barra a dritta sia quella di finire a tutta velocità contro gli scogli ed affondare.

Lo battaglia di comunicati

Per questo rivolge un appello. A tutti. In cui invita tutti alla riconciliazione ed a mettere una pietra sopra alle discussioni. Per ripartire daccapo.

Non spiega una cosa il sindaco: per quale accidenti di ragione dovrebbero accettare quell’invito? Dopo mesi di chiusure, scontri, rotture con chiunque, cosa dovrebbe indurre a fare finta di niente la Lega o i Civici o Fratelli d’Italia che di volta in volta sono stati messi all’angolo?

Quando si sta per annegare ci si attacca a tutto: anche ad una pagliuzza sperando che galleggi.

E le risposte non tardano ad arrivare. Nessuno ha intenzione di fornire al sindaco i voti che adesso gli servono per continuare a galleggiare.

La Lega ha già fatto sapere che è pronta in qualsiasi momento a votare in Aula una nuova mozione di sfiducia, «la sosterremo e voteremo senza scusanti».

I dissidenti rispondono al sindaco «riteniamo di aver espletato ogni tentativo finalizzato a ritrovare una possibile unità in seno alla maggioranza per il superamento dell’attuale crisi politica e la fase di stallo amministrativa. (…) Ci troviamo oggi a dover stigmatizzare una posizione di chiusura, netta, da parte del Sindaco sulla nostra richiesta di coinvolgimento sulle decisioni che riguardano le scelte programmatiche ed amministrative della nostra Città».

«Siamo costretti a constatare, non senza dispiacere, il perdurare di un inspiegabile atteggiamento politico del Sindaco che, di fatto ed in assenza dell’azzeramento richiesto, ci estromette dalla sua maggioranza».

Ritirano il voto alla maggioranza. Vanno in opposizione. Nei prossimi anni si discuterà se ci sono andati da soli o ce li ha mandati il sindaco.

Sugli scogli

La prospettiva adesso è una sola. Lo schianto finale dell’amministrazione di Carlo Maria D’Alessandro e la fine del governo di centrodestra che ha portato avanti per due anni e mezzo.

Come avverrà lo schianto è solo un dettaglio. I dissidenti potrebbero fare un lavoro pulito: non dando il voto al Bilancio consolidato, coerentemente con la loro posizione; motivandolo con il fatto politico ed amministrativo di non essere stati coinvolti. La responsabilità della disfatta ricadrebbe su chi non ha saputo tenere unita la maggioranza. Cioè il sindaco.

Le dimissioni in aula, la mozione di sfiducia, rappresenterebbero un tradimento del voto ottenuto dagli elettori. Ai quali bisognerebbe spiegare perché è stato pugnalato il sindaco che gli era stato chiesto di votare ed eleggere.

A togliergli ogni soddisfazione potrebbe essere lo stesso Carlo Maria D’Alessandro. Dimettendosi.

Cosa che farà intorno al 5 di febbraio se nulla interverrà a modificare la rotta.



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