Nel nome dei padri: che attendono da troppo il congedo di paternità

Uno studio di Giancarlo Pizzutelli inviato ai parlamentari. Per sollecitare una norma stabile sul diritto dei papà ad avere un dignitoso numero di giorni per stare accanto ai figli.

Piero Cima-Sognai
Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Nel nome dei padri e del tempo che devono avere. Soprattutto quando da padri devono agire. Con giorni a disposizione, con margini giusti per farlo. E con un congedo di paternità adatto che al momento non c’è.

Parte da Frosinone l’analisi in grado di riscrivere le regole. L’ha elaborata il dottor Giancarlo Pizzutelli dirigente dell’Azienda sanitaria locale e docente universitario. Il suo dossier ora è nelle mani del parlamentari del territorio.

Gliel’ha girato perché la morale senza la norma è come la poesia senza l’alfabeto. La normativa sul congedo di paternità è norma sperimentale che non ha ancora un binario canonizzato. Ed è norma che sui numeri mette l’Italia in fondo alla classifica dei Paesi europei. E per un Paese che dell’Europa è parte organica non va benissimo.

Congedo, il diritto negletto dei papà

Foto © Can Stock Photo / Photography33

Pizzutelli esordisce con un preambolo non molto noto. Perché nell’universo mainstream è soprattutto il congedo di maternità ad avere la visibilità maggiore.

«Le madri, grazie ad una legislazione molto avanzata in campo europeo, usufruiscono di 5 mesi di congedo di maternità retribuito. I padri invece soffrono per un diritto che è poco definire negletto. Negli ultimi tempi la politica, nel dichiarato intento di risollevare il Paese, ha adottato una lunga serie di provvidenze. Con esse facilitazioni rivolte a molte categorie sociali. Tra queste manca ancora, purtroppo, il riconoscimento stabile e dignitoso del “congedo di paternità”».

La sponda normativa arriva subito. «La La legge 28.12.2012, n. 92, con l’art. 4, comma 2, lett. a), ha introdotto l’obbligo per il genitore di assentarsi dal lavoro. Per la prima volta nel nostro ordinamento, in via sperimentale e a valere per gli anni 2013, 2014 e 2015. Obbligo entro 5 mesi dalla nascita del figlio, per 1 giorno. Lo stesso genitore poteva fruire di altri 2 giorni di astensione facoltativa dal lavoro. Giorni, in questo caso, da detrarre dal periodo di congedo obbligatorio della madre. Quindi, in accordo con essa».

Qual è il problema? Che le leggi sperimentali o le confermi o dopo l’esperimento cessano di essere leggi.

«Va necessariamente sottoposta a proroghe. Questo proprio perché ha carattere sperimentale. Proroghe con le leggi annuali di bilancio. Altrimenti decadrebbe. Allo stato, per il 2020, sono previsti 7 giorni di congedo obbligatorio di paternità».

E qui Pizzutelli cala l’asso. E’ «una misura decisamente insufficiente. Ben al di sotto di qualsiasi standard internazionale. Tale estensione temporale ci colloca infatti al 21° posto in Europa. E non soddisfa ancora il pur modesto livello minimo previsto dalla UE di 10 giorni (Direttiva 2019/1158)».

Un ruolo “negato”, colpa assoluta

Pizzutelli snocciola i dati Inps

Ma c’è di più. E Pizzutelli lo spiega con i dati Inps sotto gli occhi.

«Questo pur ridottissimo diritto non spetta ai dipendenti del settore pubblico. Non spetta perché i competenti Ministeri non hanno ancora approvato una apposita normativa». Una normativa che doveva definire ambiti, modalità e tempi per estendere il congedo in discorso ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche.

Una dimenticanza di colpa assoluta, che Pizzutelli definisce «davvero triste. Lo è registrare questa grave trascuratezza nei confronti dei padri italiani che viola la Costituzione. La bocciatura è immancabilmente intervenuta con la giustificazione della “mancanza di risorse finanziarie”».

Mancano i soldi? Non è una giustificazione valida per creare una «spropositata differenza di trattamento tra madre e padre sul luogo di lavoro. Viola l’Articolo 3 della Costituzione per il quale “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale. E sono eguali davanti alla legge. Senza distinzione di sesso, razza, lingua. Poi di religione, opinioni politiche, condizioni personali sociali”».

In che modo migliorare la norma attuale? Lo studio individua un punto di possibile equilibrio: «l’istituzione stabile di un congedo di paternità retribuito di almeno 30 giorni. Da fruirsi nei primi 5 mesi di età di ciascun figlio».

«L’eccessiva sproporzione tra i due congedi configura una violazione. Quella dell’art. 37». È la norma secondo la quale la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”.

La morale impone il congedo

Foto © Imagoeconomica / Sergio Oliverio Un reparto di Ostetricia

La morale è al contempo causa ed effetto del diritto, e Pizzutelli lo sa benissimo. E snocciola i motivi etici.

«Il rischio che la figura paterna venga sempre più marginalizzata è fortissimo nel nostro Paese. Lo è nonostante la nostra storia sia stata sempre caratterizzata da figure paterne autorevoli ed affettuose. Di esempi se ne potrebbero fare milioni. Mi piace ricordare al proposito che anche i cantautori padri hanno primeggiato sul tema. Scrivendo le più belle canzoni dedicate ai figli».

E in tema di Covid i padri non hanno mollato. « Inoltre i padri, anche di recente, hanno dimostrato alcune cose. Cioè una generosità ed un senso di appartenenza comunitaria particolarmente spiccata. Lo hanno fatto pagando il tributo più pesante alla pandemia da Covid 19. Come dimenticare che gli uomini (in gran parte padri) sono stati il 57,2% dei morti per coronavirus?».

«Come dimenticare che gli uomini (in gran parte padri) sono stati il 94,2% (dico 94,2%) dei morti per coronavirus tra i medici? Cioè tra coloro che sono stati in prima fila per soccorrere i propri simili? Come dimenticare che i padri separati durante il lockdown hanno avuto tremende difficoltà? O addirittura impossibilità a incontrare i propri figli?».

Olocausto sociale “di genere”

Durante il lockdown molti padri non hanno potuto vedere i figli Foto © Gaetano Lo Porto /

Ma le statistiche che Pizzutelli cita vanno al di là della ‘war room’ in cui Covid ha chiuso i cittadini. «Andiamo oltre l’emergenza coronavirus. Gli uomini (in gran parte padri) , in questo Paese, costituiscono ogni anno il 92% dei morti sul lavoro (fonte INAIL). Sono oltre il 90% dei caduti nell’adempimento del dovere. Come ben documentato dal Ministero dell’Interno. Un simile “olocausto sociale” deve essere considerato un segno di enorme generosità. E di attaccamento al dovere e al benessere delle proprie famiglie».

L’aspetto demografico è quello di chiosa della lettera di Pizzutelli ai parlamentari. (leggi qui La cicogna non vola più qui: crollano le nascite).

«L’Italia è al 25° posto in Europa per indice di fertilità (fonte Eurostat). Nonostante numerose misure di sostegno alla maternità non si sono ottenuti risultati soddisfacenti. Sorprende che non si provveda a valorizzare il ruolo paterno. Questo per incidere su questo importante problema nazionale. Neanche a farlo apposta siamo al 21° posto per durata del congedo di paternità. Ed al 25° posto per indice di fertilità. Posizioni in classifica così simili dovrebbero spingere ad una riflessione in tal senso».