Segreteria Pd Lazio, sfida a tre: Astorre, Mancini ed un renziano

Partita a tre per il congresso regionale Pd. In serata gli orfiniani hanno schierato Claudio Mancini. I renziani stanno puntando su uno tra Alemanni e Grippo. Ma non per vincere. Cosa vogliono ottenere. La strategia di Zingaretti: che non presenta un suo candidato. Ma punta ad incamerare così l'appoggio di AreaDem.

Sarà sfida a tre per la Segreteria Regionale del Lazio. A puntare verso la poltrona occupata oggi da Fabio Melilli non ci saranno solo il ras delle preferenze su Roma e provincia Bruno Astorre, contro l’uomo del presidente nazionale Orfini Claudio Mancini. (leggi qui  Quelli che non possono perdere nel Lazio)

Un’ala della componente renziana sta decidendo chi schierare. È l’area che fa riferimento ad Angelo Rughetti e Matteo Richetti. La stessa nei giorni scorsi ha messo in campo un suo candidato per la Segreteria Nazionale Pd, schierando contro Nicola Zingaretti proprio l’ex portavoce di Renzi Matteo Richetti. (leggi qui Zingaretti contro Matteo, ma non Renzi).

 

La partita dei renziani

Il motivo. Sparigliare, facendo in modo che non ci sia un concorrente che nelle primarie ottenga oltre il 50% dei consensi.

Perché è così importante? Tutto è spiegato nello Statuto: se uno degli aspiranti Segretario prende oltre il 50% dei voti alle primarie è automaticamente eletto.

Ma se nessuno supera il muro del 50% i tre più votati vanno di fronte all’assemblea dei delegati. E saranno loro ad eleggere il nuovo Segretario. Nell’Assemblea Regionale Roma città conta ben 106 dei 200 delegati.

Chi potrebbe essere il candidato. Andrea Alemanni, vicepresidente del II Municipio, starebbe raccogliendo le firme. Ma le indiscrezioni della Dire non escludono che per allargare l’area dei consensi, la scelta possa ricadere sulla consigliera regionale Valentina Grippo.

 

E quella di Zingaretti

Nicola Zingaretti non resterà con le mani in mano anche se non schiererà un candidato zingarettiano. Fa parte della strategia, con cui includere. E portare dalla sua parte Areadem, la componente guidata a livello nazionale dall’ex ministro Dario Franceschini.

Che nel Lazio ha il suo uomo più forte in Bruno Astorre, il senatore macina preferenze tra i Castelli Romani e Roma.

È vero che il Governatore non si è mai esposto pubblicamente. Ma è altrettanto vero che c’è la sua mano dietro alla manovra che ha tolto dal campo Francesco De Angelis. Doveva essere lui il candidato orfiniano. Invece un mese fa ha cambiato rotta politica invertendo il timone e tornando verso il suo antico amico Zingaretti (leggi qui De Angelis rinuncia: non si candida. Sosterrà Zingaretti. E se ne frega di Orfini). Le indiscrezioni dicono che in cambio sia stata costruita per De Angelis la poltrona di commissario per la fusione di tutti i Consorzi Industriali del Lazio (leggi qui In cambio della strambata, a Francesco De Angelis la super presidenza dei Consorzi Industriali Uniti).

 

Mancini, scendo in campo

In serata gli orfiniani hanno rotto gli indugi. C’è stata la candidatura ufficiale di Claudio Mancini. Originario di Picinisco, deputato, uomo di punta della componente orifiniana, è figlio dello storico dirigente di Partito Emilio Mancini scomparso il mese scorso. (leggi qui È morto Emilio Mancini, storico dirigente del Pci).

Scende in campo per una partita nella quale vincere è l’aspetto meno importante. Il primo obiettivo è scombinare i piani di Nicola Zingaretti: sia quelli nazionali per la Segreteria Pd e sia quelli regionali. Infatti, nella lunga marcia del governatore verso il Nazareno saranno fondamentali i voti del Lazio: è il suo zoccolo duro, sul quale poggiare l’impalcatura della sua strategia elettorale.

Non avere il controllo politico del Pd nel Lazio significa presentarsi più deboli alla conta finale, sia sotto il profilo numerico che politico.

 

 

Non devo chiedere il permesso

L’ufficializzazione della candidatura di Claudio Mancini è arrivata a ventiquattrore dalla scadenza dei termini.

Per l’annuncio è stata scelta una sezione storica: il circolo Pd di San Giovanni. In prima fila c’era il presidente nazionale Matteo Orfini, una presenza per sottolineare che non si tratta di una candidatura di servizio. Ma di una conta vera e propria. Con cui contendere conquistare il controllo del Partito nel Lazio. E limitare la manovra di Zingaretti.

Tra gli altri presenti il deputato Luciano Nobili, il segretario Pd di Roma Andrea Casu, il presidente romano del Partito Sibi Mani, i consiglieri regionali del Lazio di rito orfiniano Emiliano Minnucci ed Eleonora Mattia, il consigliere comunale di Roma Giulia Tempesta e all’ex consigliere regionale Fabio Bellini.  Ma anche il vicesegretario del Pd di Roma Mariano Angelucci (area Fioroni-Gasbarra) e l’amministratore unico di Arsial Antonio Rosati (area Zingaretti)

«Per candidarmi non ho chiesto il permesso a nessuno» ha detto Claudio Mancini. Ha annunciato lo slogan della sua campagna elettorale: ‘La linea che unisce’. Ha spiegato che , «rappresenta il contributo che voglio dare in questo congresso. Da Piazza del Popolo é venuta chiara la richiesta di unità, (leggi qui Il Pd ritrova il suo popolo: in piazza contro il Governo) rivolta ai dirigenti del Partito Ma l’unità che ci si chiede, non è quella dell’accordo di organigrammi o di un unanimismo di facciata. L’unità che ci viene richiesta dai nostri elettori è la capacita’ di agire assieme».

 

Il rischio di scissione nel Pd

Il Congresso Regionale Pd si svolgerà a ridosso di quello nazionale. Per Claudio Mancini  la scadenza ravvicinata non rappresenta un problema. Tutt’altro. E per spiegare il motivo evoca la parola che è il dramma della sinistra: scissione.

«Io voglio un congresso regionale che ci aiuti a fare in modo che quello nazionale sia meno divisivo e che al di la’ degli esiti non produca la scissione del PD. Io penso che la scissione del PD sia il vero rischio che abbiamo avuto davanti in questi mesi dopo il voto e che e’ ancora possibile».

Le urne sono state vuote per il Pd. Solo Zingaretti ha scaldato i cuori degli elettori di Sinistra. Ma il segnale di Piazza del Popolo lascia aperta la convinzione che ci sia un elettorato silenzioso e deluso, in attesa di un segnale credibile.

Claudio Mancini dà un numero all’intensità di quel segnale. «Se parteciperanno più di 50.000 persone nel Lazio sarà stato un successo. Quattro anni fa, per l’elezione di Melilli, furono 56.000».

 

Tesi e referendum

Mancini intende disegnare un nuovo Pd partendo dal Lazio. Costruendo modi nuovi di confrontarsi con gli elettori. Il Modello Mancini prevede il referendum interno come prassi di consultazione tra gli iscritti.

«Farò un congresso a tesi, che svilupperò nel dibattito congressuale. Il 14 novembre all’auditorium di via dei Frentani terremo un’assemblea con tutti i delegati che avranno sottoscritto la mia candidatura alle primarie e li’ voteremo le tesi congressuali della mia candidatura, con gli emendamenti, il dibattito e il confronto».

Parla di regole certe. In base alle quali chi non viene 3 volte alle riunione, decade. E dello spirito che deve animare il Segretario Regionale: un ‘primus inter pares‘, che organizza un lavoro politico per gli altri e non per se’ stesso.

 

Niente tensioni contro Zingaretti

C’è un passaggio molto stretto nel quale infilare la discussione. Se si esce dal passaggio si rischia di rovinare ciò che Nicola Zingaretti ha costruito per il Pd conquistando la Regione. Claudio Mancini lo ha ben chiaro in mente. Lo dice ai sostenitori: «Non bisogna trasferire in Regione le inevitabili tensioni del congresso. La Regione va preservata dallo scontro congressuale».

Ma il deputato di Picinisco chiede altrettanta coerenza dal fronte del governatore del Lazio. Al quale invia un messaggio: «Zingaretti ha dichiarato che nel congresso regionale non ci sono candidati zingarettiani per me é sufficiente. Diciamo che c’e’ qualcuno che rischia di esagerare nel millantato credito. ‘Nicola dice’, ‘Nicola pensa’… Ecco. Si eviti di tirare per la giacca il presidente della Regione in un congresso in cui non e’ candidato».

È la prima stoccata al potentissimo candidato avversario Bruno Astorre.

Ce n’è subito un’altra. Va al vicepresidente della Regione, Massimiliano Smeriglio. Mancini non ha apprezzato la sua dichiarazione contro Matteo Renzi. «Oltre al fatto che bisogna avere il senso della misura, Smeriglio che attacca Renzi è come se io attaccassi Obama».

 

Spariti dai Comuni

La realtà è più cruda di quanto si pensi. Mancini lo ricorda a tutti evidenziando che «siamo all’opposizione in tutti i capoluoghi: Rieti, Viterbo, Frosinone, Latina. Nella provincia di Roma le amministrazioni sopra i 15mila abitanti che governiamo si contano sulle dita di una mano».

Per questo chiede di cambiare approccio. Di mandare in soffitta le primarie come si fanno oggi perché sono uno scannatoio e proiettano sugli elettori l’immagine di un Pd diviso, lacerato, nel quale la sconfitta genera rancore e dispetti.

La soluzione? Mettere nello Statuto che «le primarie a sindaco si possano fare solo se si svolgono almeno 6 mesi prima del voto».

Ma anche un freno a chi si candida fuori dal Partito. Perché «Oggi, dopo due anni, puoi riscriverti senza problemi ed avere incarichi dirigenziali come se nulla fosse. Non si puo’ fare, il Pd non puo’ essere un taxi. E noi dobbiamo essere anche piu’ rigorosi sulle liste civiche. Un proliferare che ci danneggia quando si tratta non di vere liste civiche, ma di ceto politico che si mimetizza. Ormai siamo al professionismo delle liste civiche».

C’è spazio anche per una stoccata alla sindaca Virginia Raggi. «Si deve dimettere perché ha fallito. Roma è gestita da schifo. Lo torno a proporre, facciamo una grande manifestazione del PD contro la Raggi. È tempo di andare in piazza tutti uniti».

 

 

 

 

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