La colla di Zingaretti per ricomporre i cocci del Pd

Il governatore del Lazio è stato a Frosinone. Riavvicinamento con De Angelis e Buschini. Ma ognuno per ora resta sul suo fronte. "Buschini capogruppo perché in trincea ho bisogno del migliore". "A livello nazionale, è arrivato il momento di rialzarsi". L'abbraccio sul palco

Piazza Garibaldi a Frosinone è la piazza del Pd. Lì per decenni c’è stata la storica sede del Partito Comunista Italiano. Quella che frequentava Angelino Compagnoni, il senatore di Ceccano che oggi ha 97 anni ed ha scritto, da autodidatta, la legge per dare le terre ai contadini che le lavoravano.

Lì si sono consumate le battaglie storiche tra i Miglioristi di Achille Migliorelli e l’ala più ortodossa del Partito, quella degli Stalinisti. In quella piazza ci sono state le rivoluzioni, le scissioni, le rinascite.

Lì, dopo la svolta della Bolognina, il compagno Ermisio Mazzocchi ha divelto la targa in marmo “Partito Comunista Italiano – Federazione provinciale di Frosinone” e l’ha nascosta senza avere mai rivelato a nessuno dove sia. Dicono sia stato lui, una notte, ad avere ammainato la bandiera rossa con falce e martello: lui nega, tutti giurano che quel drappo apparirà sul suo catafalco quando deciderà di andarsene.

Non è un caso che il Partito Democratico abbia scelto quella piazza per celebrare la vittoria di Nicola Zingaretti alle elezioni Regionali. Ma soprattutto per celebrare il riavvicinamento tra il Governatore e Francesco De Angelis: l’ex amico di tante battaglie politiche, l’uomo che nel 2006 schierò le truppe affinché fosse lui il segretario regionale dei Democratici di Sinistra, spianandogli la strada al percorso che lo ha portato prima a governare la provincia di Roma e poi la Regione Lazio.

Sono stati sulla stessa sponda del Pd da sempre. Poi le strade si sono separate lo scorso anno: Francesco De Angelis è andato con Matteo Orfini.

 

Il palco unitario

Sono più o meno trecento le persone che domenica pomeriggio hanno affollato la piazza. Sul palco, per la prima volta da tempo, il Pd cerca di darsi una parvenza di unità. C’è Francesco De Angelis con i consiglieri regionali Mauro Buschini e Sara Battisti eletti grazie ai voti della sua componente. Più a sinistra c’è Antonio Pompeo, l’erede della componente rimasta orfana del senatore Francesco Scalia da quando ha deciso di ritirarsi dalla politica attiva. C’è Domenico Alfieri, il segretario a mezzo servizio che preme per essere eletto e non essere più solo il reggente.  Accanto c’è Lucio Fiordalisio, la guardia orlandiana messa alla reggenza della segreteria per controbilanciare Alfieri. Sul palco trova posto Luca Fantini, il giovane di Alatri che oggi guida i Giovani Democratici di tutto il Lazio.

Fino qui, tutti gli indizi direbbero che è chiaro: Francesco De Angelis sta per salutare i giovani turchi di Orfini e si prepara a tornare nelle file zingarettiane. Invece non è così. Bisogna allargare lo sguardo e fissare il lato destro del palco: con le braccia conserte c’è Claudio Mancini. È il numero 2 della componente. Al punto da avere preceduto nella lista proprio De Angelis. Ed essere entrato a Montecitorio al posto suo.

Il segnale che quel palco vuole dare si chiama unità. Intorno a Zingaretti ci sono tutte le componenti di questo Pd ridotto in macerie. A Frosinone come in tutto il resto d’Italia. Tranne dove è passato il governatore del Lazio. Il palco di piazza Garibaldi dice “È lui l’uomo che può riunire il Partito”.

 

Effetto Zingaretti

Parla da leader Nicola Zingaretti, non da governatore del Lazio.  Se farà il segretario nazionale del partito non si sa. Ma la colla per rimettere insieme i cocci la porta sempre appresso.

«La possibilità di riprendere il consenso in Italia esiste – dice Nicola Zingaretti – Il 4 marzo ha dimostrato che bisogna immergere il Pd in alleanze forti». È il primo segnale mandato al renzismo: nel Lazio il centrosinistra ha vinto perché ha immerso il Pd nel dialogo con le altre forze di sinistra, le ha aggregate, creando un clima di unità, ottenendo per questo l’appoggio di Sinistra Italiana ed Mdp con la non belligeranza di Possibile. Tutto il contrario di ciò che Renzi ha fatto sullo scenario nazionale.

«Lo spirito unitario, per la Regione, ha saputo fare la differenza. Abbiamo chiaro il peso della responsabilità e oggi inizia un’ altra partita. In Regione vogliamo proseguire nell’ ottica del buongoverno». Non è spaventato dall’Anatra Zoppa Nicola Zingaretti, non lo intimorisce di avere vonto le elezioni ma non avere una maggioranza con la quale governare. Costruirne una, per uno degli ultimi uomini del dialogo in Italia, non è stato complicato nemmeno un po’. Il Movimento 5 Stelle gli ha garantito tre mesi di non belligeranza, che potrebbero diventare cinque anni.

Il Governatore dimostra di conoscere bene cosa sta accadendo in provincia di Frosinone. Al minuto 22 del suo discorso fa un passaggio preciso. Manca solo la parola Anagni ma per il resto è come se si stesse riferendo al tentativo fatto dal segretario cittadino Francesco Sordo di allargare la maggioranza. Con il rischio di dover votare un candidato non di area. Nicola Zingaretti dice che alle prossime comunali bisogna puntare sulle Alleanze del fare, su coalizioni larghissime. «Non è vero che tutti quelli che non sono del Partito Democratico sono degli avversari».

«A livello nazionale, è arrivato il momento di rialzarsi. Ricostruire un progetto per gli italiani. Nel segno dell’ unità e con il chiaro intento di portare più giustizia e uguaglianza» prosegue il governatore. La partita nazionale, se ci saranno le condizioni, se la giocherà tutta.

 

Quando il gioco si fa duro

I leader governano le pance della gente, non si fanno governare da loro. Nicola Zingaretti sa che nella piazza di Frosinone c’è mal di pancia. Per il mancato assessorato a Mauro Buschini. «Queste elezioni ci hanno consegnato una vittoria senza una maggioranza. Dovremo combattere ogni giorno per ottenerla e convincere i nostri avversari a stare con noi. Quella battaglia si fa in Aula. E quando si combatte si mandano in trincea i migliori. È per questo che ho chiesto a Mauro Buschini di rinunciare all’assessorato per andare a guidare il gruppo Pd in Regione Lazio».

Conferma quanto sia strategico quell’avamposto. Anche se è politico e non amministrativo. Per le esigenze di Frosinone – fa capire Zingaretti – sopperirà lui all’assenza di un assessore ciociaro in giunta, mentre Buschini penserà a tessere le strategie ed i rapporti in aula con la maggioranza e con le opposizioni, ma anche sul territorio.

A sancire la ritrovata sintonia c’è l’abbraccio davanti a tutti.

 

Ognuno a casa sua

Al momento dei saluti c’è l’abbraccio con Francesco De Angelis. Il disgelo c’è. Il riavvicinamento anche. Il ritorno sullo stesso fronte ancora no. Cosa abbia in mente l’ex parlamentare Ue lo si saprà solo qualche ora più tardi: a sorpresa, a cena, con un ristrettissimo gruppo di amici, in un incontro non politico, ha annunciato che intende puntare alla Segreteria Regionale del Pd (leggi qui Francesco De Angelis: «Mi candido a segretario regionale del Pd») .

Ma a tutti è apparsa chiara una cosa. Solo Nicola Zingaretti ha la colla con cui rimettere insieme i cocci di questo Partito Democratico. A Frosinone come nel Lazio. E nel Paese.

 

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