Il metano si, la discarica no: la mossa di Natalia

Il consiglio Comunale sull'impianto per estrarre il metano bio dagli avanzi di cucina. Smentiti quasi tutti i numeri. I camion? 23 a settimana e non 150. I rifiuti da Roma? "Impossibile, l'impianto è tarato solo sulla provincia di Frosinone". La legittima paura. Ci mettono la faccia A2A, Saf e Borgomeo. L'atto d'accusa del sindacalista Piscitelli

Due piccioni con una fava. O, se preferite, il metano green si ma la discarica dei rifiuti no. C’è questo dietro all’operazione che il sindaco di Anagni Daniele Natalia sta portando avanti. E fino ad oggi non era stato chiaro. È emerso nel corso del Consiglio comunale aperto riunito questa mattina.

Lo avevano chiesto le opposizioni: per capire cosa c’è nel progetto che vorrebbe realizzare in città un impianto per ricavare il biometano dagli avanzi di cucina.

Chi c’è e chi no

Il Consiglio Comunale

È una seduta di Consiglio diversa rispetto a tutte quelle convocate per affrontare argomenti simili in provincia di Frosinone: questa volta c’è qualcuno a metterci la faccia.

C’è Lucio Migliorelli: presidente della Saf, società pubblica formata da tutti i Comuni della provincia di Frosinone in parti uguali e che in questi vent’anni ha evitato le emergenze rifiuti in Ciociaria. Da Milano è arrivato l’ingegner Simone Malvezzi, il guru della tecnologia ambientale di A2A il colosso europeo dell’energia controllato da Comune di Milano e Comune di Brescia: Malvezzi è l’uomo che ad Acerra ha fatto un termovalorizzatore dal quale esce aria più pulita di quella che entra. Con lui c’è l’ingegner Paolo Masserdotti, responsabile degli impianti A2A ed il massimo responsabile del settore Forsu, o se preferite, gli avanzi di cucina, classificati come Frazione Organica dei Rifiuti Solidi Urbani.

In prima fila, nella Sala della Ragione è seduto Francesco Borgomeo, il profeta dell’economia circolare che qui ha salvato la ex Marazzi Sud ed è pronto a comprare l’energia prodotta dal nuovo impianto. In fondo alla sala siede Mauro Piscitelli, il sindacalista della Uil che guida il comparto dei Chimici in provincia. Poco prima delle 9.30 arriva il senatore Francesco Scalia: da quando ha lasciato Palazzo Madama è diventato uno dei massimi esperti nel diritto dell’Ambiente; non prenderà la parola, nel corso della seduta andrà via.

Il territorio ha paura

Rita Ambrosino (Legambiente)

Perché il Consiglio? Per capirlo bisogna aspettare quasi la fine dei lavori. Perché meglio dei consiglieri di opposizione lo spiega, quando è il suo turno, Rita Ambrosino di Legambiente: “Questo territorio ha paura”.

Di cosa? Ha paura degli scempi subiti in questi anni: “Ci siamo beccati la diossina della Marangoni”; ricorda che in alcune aree della città “non si può coltivare ormai da anni” a causa dei veleni. Ha ragione: mezza città risulta bloccata perché è inquinata dal lindano scaricato per anni nel fiume Sacco dal sistema industriale di Colleferro. Nessuno ha poi mai detto se e quanto quella sostanza sia cancerogena ed alla Asl di Frosinone hanno risposte ambigue.

Ma Legambiente non è a favore dei biodigestori? Cioè di quegli impianti che funzionano come un’immensa pancia umana: ci metti il cibo (in questo caso gli avanzi), fermenta nello stomaco, ne escono aria e massa; l’aria è il bio metano, la massa è terriccio pieno di minerali usato per l’agricoltura. Si. Legambiente è a favore dei biodigestori. E la Ambrosino lo ribadisceperché concorrono a chiudere il ciclo dei rifiuti”. Allora perché ora dice no? “Legambiente esprime il suo parere caso per caso. E noi diciamo no a questo impianto, non al biodigestore in quanto tale. Noi diciamo no perché questo progetto è sovradimensionato, entra in conflitto con il piano dei rifiuti regionale che dispone di lavorare solo materiali del proprio territorio”.

È davvero così? Riavvolgiamo il nastro e vediamo cosa ha detto il Consiglio Comunale.

L’opposizione

L’opposizione di Anagni

È il Consigliere Nello Di Giulio ad aprire le danze. Ricorda la deliberazione del marzo 2017: il Comune di Anagni votò la moratoria contro nuovi impianti per la lavorazione dei rifiuti. E tra i promotori ed i firmatari di quel documento ci sono il sindaco e buona parte della attuale maggioranza: che all’epoca stavano in minoranza. Di Giulio chiede di capire cosa gli ha fatto modificare l’opinione ora che hanno cambiato banco.

I numeri della preoccupazione li porta il civico Fernando Fioramonti. “Non siamo contrari a priori al biodigestore ma ad un impianto sovradimensionato”: sono i numeri a non convincerlo. “Ad Anagni è sufficiente una struttura 40 volte più piccola, basterebbe una compostiera di comunità”. A preoccuparlo sono anche i camion che porteranno gli avanzi di cucina all’impianto: “Uno ogni sette minuti, basta questo a farci essere contrari.

Valeriano Tasca (Casapound) evidenzia “come è ridotto il nostro territorio”. L’ex assessore Alessandro Cardinali teme i cattivi odori: “Vado a Colfelice dove c’è lo stabilimento Saf e sento puzza, temo che anche qui avremo lo stesso problema. Finora a Marangoni ed altri abbiamo detto no: cosa è cambiato?

Il consigliere Antonio Necci è medico dell’associazione “Medici di Famiglia per l’Ambiente”: anche per lui “l’impianto è sovradimensionato. Siamo una zona inquinata: noi non abbiamo bisogno di una struttura così grande. È come se aprissimo una intera lavanderia perché dobbiamo sciaquare i nostri panni: è eccessivo”. Solleva il dubbio sui controlli e le verifiche che poi verranno effettuati sui materiali in ingresso.

Due piccioni con una fava

Daniele Natalia

Prima delle risposte dei tecnici è il sindaco Daniele Natalia a prendere la parola. La moratoria? “La adottammo in piena emergenza ‘Sin’ cioè quando ci dichiararono sito con un inquinamento di Interesse Nazionale. Venne perimetrata una larghissima parte della città sostenendo che era avvelenata”.

Perché ha cambiato idea? “Solo dopo avere preso in mano questa amministrazione abbiamo scoperto che il superamento dei limiti di inquinamento non c’era. Quella becera perimetrazione ci ha solo bloccato per anni. Non servono allarmismi né paure su cose inesatte. Basta con espressioni come la Valle dei Veleni: ogni volta che facciamo un campionamento, tutto quel veleno che si diceva non lo troviamo affatto”.

Natalia chiama in sostegno proprio il suo oppositore Antonio Necci. “Grazie alla tua intuizione abbiamo realizzato la rete di monitoraggio ambientale con le centraline Ancler. E durante il lockdown si è rilevato un inquinamento atmosferico quasi a zero eppure le fabbriche erano aperte e producevano. Ma allora qual è la vera consistenza dell’inquinamento?”. L’inquinamento è crollato quando sono state fermate le auto e spenti i riscaldamenti.

Inoltre: la moratoria è di marzo 2017, l’avvio dell’iter per l’impianto di metano bio è precedente: di gennaio dello stesso anno.

Bio metano si, discarica no

Impianto di biogas Foto: Riccardo Squillantini / Imagoeconomica

È a questo punto che si capisce la vera mossa del sindaco. “Ho sempre detto che sarei stato favorevole ad un impianto di economia green con tutte le garanzie di sicurezza. Anagni così fa la sua parte per l’ambiente di questa provincia. Ma scordatevi altre Casermette”.

Cosa significa? L’area delle Casermette è una zona nella quale negli anni Ottanta vennero ammassati i sovvalli dei rifiuti lavorati. Natalia ha capito che il Ministero sta cercando un’area adatta per realizzare una nuova discarica in provincia di Frosinone. E qui ce n’è una che risponde in pieno ai requisiti. Un rischio sventato già alcuni anni fa quando il sindaco Carlo Noto acquisì dal Demanio l’ex Deposito Munizioni dell’Esercito Italiano piazzandoci sopra un progetto di sviluppo. Mai realizzato. Ma sufficiente ad impedire che lì venisse in mente a qualcuno di realizzare una discarica provinciale.

Dicendo si alla creazione del bio metano, Daniele Natalia dice che Anagni la sua parte la fa, si prende i benefici legati al nuovo stabilimento e manda a dire che si scordassero di mandare qui i rifiuti della provincia di Frosinone.

I numeri di Saf

Lucio Migliorelli

A proporre il progetto per ricavare il metano bio è Saf, la società composta dai Comuni della provincia di Frosinone in parti uguali. A chiedergli di imboccare questa strada è stata proprio l’assemblea dei sindaci.

Lucio Migliorelli indica i numeri. Non coincidono affatto con quelli indicati dai consiglieri di opposizione. I 150 camion temuti dalle minoranze? “Noi oggi raccogliamo tutti gli avanzi di cucina e gli sfalci delle erbe nell’intera provincia di Frosinone. In tutto, nel nostro stabilimento arrivano 24 camion alla settimana e cioè in media tre o quattro al giorno”.

Non coincidono nemmeno i numeri sulle quantità. “Le quantità sono esattamente quelle necessarie per soddisfare solo il fabbisogno provinciale. Oggi siamo intorno a 35-40 mila tonnellate di rifiuti organici. Quando arriveremo alla differenziata nel 70% delle case dei ciociari, avremo 50mila tonnellate di avanzi di cucina all’anno e 30mila di erbe sfalciate dai giardini”.

Ma sono tanti o pochi quei rifiuti? Occorre un numero per fare il paragone: lo fornisce ancora Migliorelli. Oggi i rifiuti della provincia di Frosinone vanno in una città in provincia di Padova più piccola di Anagni e con un impianto quattro volte più grande di quello che vogliamo realizzare noi.

Fa notare un dettaglio: “Noi ci mettiamo la faccia, questi sono i nomi, siamo disponibili ad ogni operazione di trasparenza, non ci saranno altri che verranno al posto nostro”.

Anagni, prima nella Transizione

Francesco Borgomeo

Francesco Borgomeo è l’imprenditore che ha scommesso sull’economia circolare. Con quei principi industriali ha salvato la ex Marazzi (trasformata in Saxa Gres), la ex Ideal Standard (ora Grestone), la Tagina Ceramiche, la Centro Impasti Ceramici, sta trattando la Nalco a Cisterna di Latina.

Fa notare che Anagni è arrivata prima di tutti. “Oggi il Recovery Plan si basa sulla Transizione ecologica. Noi l’abbiamo avviata prima degli altri, proprio ad Anagni quando nessuno ne parlava”. Chiede di ragionare sulla base dei fatti. Dice quello che nessuno ha il coraggio di dire: “i rifiuti non sono il male assoluto dipende da come vengono gestiti, il male siamo noi come ci comportiamo; abbiamo fatto innovazione, tanta. Per questo un player europeo come A2A è venuto qui ad investire. Siamo noi con i nostri comportamenti a determinare se una cosa è pericolosa o no”.

Sulle autorizzazioni non accetta sospetti: la sua richiesta è stata sottoposta a 4 iter di verifica. I via libera sono arrivati da quando le pratiche ambientali nel Lazio sono finite sotto la lente degli investigatori.

I numeri di A2A

A2A ci mette la faccia: il progetto di Anagni non lo vuole affidare ad un subappalto di un subappalto di un subappalto. Ci mette il logo della sua società che è un colosso da 7,3 miliardi di fatturato ed oltre 13mila dipendenti, mille dei quali li ha assunti in piena pandemia.

Spiazzando tutti quando dicono: “Signori, non fabbrichiamo plutonio: mettiamo avanzi di cucina in uno stomaco meccanico e dopo tre settimane quelli sono sempre avanzi di cucina, seppure fermentati per tre settimane. I vostri avanzi di cucina ci mettiamo: voi non mangiate plutonio”.

La sede A2A (Foto: Imagoeconomica / Sergio Oliverio)

Valeriano Tasca nel suo intervento aveva profetizzato: “Tra poco l’oste ci verrà a dire che il suo vino è buono”. L’ingegner Malvezzi gli risponde “Noi gestiamo la cantina ma l’uva ce la portate voi: la qualità del materiale che produciamo è concatenata alla qualità del materiale in ingresso; migliore è la qualità in ingresso e migliore è la qualità del compost”. Prende quasi in contropiede il dottor Necci: “Noi abbiamo tutto l’interesse che la qualità del materiale in ingresso sia eccellente e siamo pronti ad accogliere ogni suggerimento finalizzato a rendere ancora migliore e controllato il materiale che ci mandate”.

A2A arriva a suggerire di creare uno sconto sulle tariffe ai Comuni che gli portano la differenziata fatta meglio.

E cosa fanno in 21 giorni i nostri avanzi? “Da una tonnellata si ottengono 80 metri cubi di metano, compost certificato per l’agricoltura bio”. I dubbi di Necci sui controlli? “Noi siamo una società controllata da due soggetti pubblici come i Comuni di Brescia e Milano: i controlli per noi sono la regola. Abbiamo una serie di protocolli con le Procure ma anche con i Comuni e le associazioni. Noi abbiamo tutto l’interesse che le cose funzionino bene”.

Noi non ci stiamo

Mauro Piscitelli è un sindacalista di lungo corso. Vecchia scuola. Ha visto le lotte operaie e gli scioperi. Ha contrattato la sopravvivenza delle fabbriche in agonia. Con l’Economia Circolare ha visto le fabbriche convertirsi e continuare a produrre.

È per questo che chiede la parola. Da sindacalista chiede rispetto per un’impresa che ha salvato oltre 400 famiglie senza chiedere nulla in cambio, né sotto il profilo dei salari né sotto il profilo ambientale.

Noi non ci stiamo a vedere soffrire le famiglie per mancanza di lavoro e poi quando ci si propongono occasioni le respingiamo. Noi siamo stanchi di assistere all’allontanamento delle responsabilità che il tempo storico e tecnologico ci mettono davanti”. È un atto d’accusa senza appello, è la rabbia del sindacato che ha visto morire troppi posti di lavoro. Piscitelli fa una critica senza riserve ad una politica che non ha il coraggio di decidere.

Non attacca solo la politica: punta il dito contro le “associazioni domestiche”. Ha il coraggio di dire che a mettere i bastoni tra le ruote di molti piani di risanamento sono associazioni composte da due o tre persone e vengono ammesse ai tavoli di confronto. “Io rappresento un sindacato, con degli iscritti che hanno un nome ed un cognome ed i cui numeri vengono certificati

L’affondo è un siluro sulla linea di galleggiamento: “Siamo stanchi di vedere che si mettono su contestazioni e non sappiamo quali benefici porteranno. Poi le ‘anime belle’ piangono quando vedono l’isola con la nostra plastica nell’oceano. Come non tutti i papi sono buoni e Dante mise Bonifacio di Anagni in una buca, nemmeno tutte le contestazioni sono buone”.

Fine delle discussioni.

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