Internazionale: protagonisti della settimana nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai
Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

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NANCY PELOSI

Donald Trump se la sogna almeno una volta a settimana. E quando lo fa suda. Come si fa con gli incubi più agghiaccianti, quelli che la notte ti lasciano paralitico con la schiena diaccia sulle lenzuola fradice. Perché se al presidente Usa più misogino e tamarro della storia moderna si contrappone una donna che è nemesi assoluta della sua indole, allora come si suol dire sono uccelli per diabetici. E Nancy Pelosi rappresenta esattamente tutto ciò che Trump non vuol vedere in una donna. Vale a dire tutto ciò che una donna dovrebbe avere.

Nancy Pelosi

È potente, potente come solo lo speaker, cioè il presidente della Camera dei Rappresentanti, può essere. E’ democratica, più come Partito di aderenza che come indole caratteriale. Poi è competente e rissaiola come poche. Roba che Hillary Clinton a suo paragone pare Bridget Jones. È di origini italiane, mezze isernine e mezze teatine, vale a dire, nella scala di valori della testa dura, una via di mezzo fra il porfido e La Cosa dei Fantastici 4. Crede che Covid abbia reso Trump “instabile”, e si è aggrappata al 25mo Emendamento come una mignatta a un’arteria.

Per inquadrare il tipo basterebbe ricordare il suo gesto durante il discorso sullo stato dell’Unione di Trump a febbraio. Il presidente non le strinse la mano e lei davanti a tutto il pianeta strappò la sua copia della relazione come se fosse uno scontrino della Coop. E la Pelosi ha dato una ulteriore prova di tigna e piglio etico con l’ultima delle aberrazioni figlie del tormentato rapporto Usa-Messico. Da un paio di settimane il governo messicano sta indagando su un’ipotesi che, se fosse suffragata da prove, sarebbe agghiacciante. Quella per cui in un centro di contenimento per immigrate ad Irwin, in Georgia, si starebbero effettuando operazioni di isterectomia sulle detenute.

In pratica qualcuno starebbe asportando loro l’utero per evitare che possano fare figli su suolo americano. La bomba è di caratura termonucleare, ancorché ipotetica. Ma Pelosi, che prima di essere capo del Parlamento è anche donna e presidente dell’Associazione donne italoamericane, ha calato la mannaia.

«Se fosse vero sarebbe uno scioccante abuso dei diritti umani. Questo e le condizioni deplorevoli descritte nei documenti del denunciante. Incluse le accuse secondo cui le donne immigrate vulnerabili sono state sottoposte a isterectomie massicce. Faremo chiarezza assoluta con il governo messicano. Senza dimenticare che le prigioni federali rispondono direttamente al vertice della nostra catena di comando».

Con il voto dietro l’angolo e con Trump che le dà della “matta” il fendente non è solo etico, e Nancy lo sa benissimo.

Thatcher sul comodino.

SIR MICHAEL STEVENS

Ecchene n’antro. Uno cioè di quei ‘perfetti sconosciuti’ che in realtà fanno girare gli affari del mondo molto più di quanto non suggerisca il loro profilo low. E in realtà lui, sir Michael Stevens, proprio in basso non ci sta. Anzi, a contare che è il Tesoriere di Elisabetta II d’Inghilterra, lui sta in basso più o meno come la forfora di Lebron James. E come tutte le persone investite da responsabilità mostruose, il nostro è uscito vivo, vegeto e mezzo vincente da una partita a scacchi con un nemico che è peggio della Morte Nera. Cioè con fisco e popolo inglese.

Sua Maestà la Regina Elisabetta II

Spieghiamola. La pandemia ha fatto sfaceli economici anche nel vastissimo impero immobiliare che fornisce alla regina una congrua fetta del suo reddito. Come? Con il Sovereing Grant. Cosa cacchio è? Lo spiega bene la CNN. «E’ un pagamento forfettario del governo che copre i viaggi ufficiali, i costi del personale e le spese del palazzo». Questa sovvenzione è generata dalla Crown Estate. Questa mo? E’ una società immobiliare che vanta una collezione di terreni agricoli pari più o meno al Triveneto, a contare i possedimenti del Commonwealth. Lì Covid 19 ha determinato un crollo dei profitti.

Tanto che il 25% scorporato dalle tasse al governo che spetta dritto e mondo a Sua Maestà rischia di crollare. CNN dà le cifre. «A settembre la Crown Estate ha registrato un profitto record di 345 milioni di sterline (440,2 milioni di dollari). Questo fino a marzo 2020. Tuttavia le entrate per l’anno fiscale fino a marzo 2021 saranno notevolmente inferiori». Qui il problema: la regina non accetterebbe mai un calo della sua fetta. E quegli 86 milioni che le stime calcolano le danno acido al piloro come una coratella di castrato ai suoi Corgi gallesi.

Ergo, era partito il braccio di ferro, tostissimo nonché ciclico, fra la real casa e il governo. Faccenda questa che nel Regno Unito, dove monarchia e parlamento dividono il pianerottolo, non è mai solo roba da tabloid.

Ma sir Michael ci ha messo rimedio con il piglio dei grandi diplomatici. Come? Innanzitutto rilasciando una dichiarazione ufficiale. Una nota perentoria per cui «in caso di riduzione dei profitti della Crown Estate, il Sovereign Grant è fissato allo stesso livello dell’anno precedente». E dopo aver ringhiato come il più retrò dei botoli monarchici ha tirato fuori il coniglio dal cilindro.

Coniglio tipicamente inglese, che cioè mette una pezza alle tue faccende inguaiando le faccende di qualcun altro. «Per raggiungere lo scopo non si deve tassare il popolo, ma si potrebbero incamerare gli interessi sull’oro del Venezuela custodito nella Banca d’Inghilterra». Sono le famose migliaia di tonnellate che ancora aspettano un padrone legittimo fra Juan Guaidò e Nicolas Maduro. Tonnellate di cui il Regno Unito si era fatto smaliziato custode-investitore in attesa di una pronuncia giurisprudenziale in merito.

E di un vincitore vero a Caracas. Dato che entrambe la cose tardano a venire e che quei soldi hanno prodotto interessi, l’assist al governo è assist d’oro. Accontentando tutti: tigna di popolo, imbarazzi di governo e capricci di sua maestà.

Assumiamolo.

FLOP

SCIENTIFIC AMERICAN

Roba da inciucio erudito, roba clamorosa a prescindere dai rumors di queste ore, perché chiama in causa uno dei mattoni fondanti della scienza. E cioè che la Scienza, quella con la maiuscola, non ha mai, mai e poi mai avuto feeling con le beghe della politica. O non dovrebbe averne. Non è il caso di dilungarsi troppo sui perché: sono evidenti come è evidente ad un bambino di 7 anni che a Natale si bisboccia.

Antefatto: la rivista Scientific American è quella, per dire, che nell’aprile del 1950 pubblicò la prima intervista ad Albert Einstein sulla teoria della relatività generale. Cioè sul suo background storico e filosofico.

Albert Einstein

E’ una delle pubblicazioni mensili scientifiche più prestigiose del pianeta. E’ bibbia agnostica e venne fondata nel 1845. Cioè prima ancora della Guerra di Secessione. Non stupisce affatto quindi se l’editoriale di metà settembre abbia fatto un botto che Big Bang scansati. In esso, SciAm aveva annunciato il suo sostegno ufficiale al candidato democratico alla Casa Bianca Joe Biden.

Attenzione, inquadriamo il fatto. Abbiamo una rivista che da 175 anni va fiera della propria indipendenza. Una rivista che per definizione, finalità e battage tratta la politica come un pollaio cafone. Cioè come un cialtronificio contrapposto allo studio del creato da parte di autori e lettori di bocca buonissima. Rivista con puzza al naso sufficiente ad allontanare qualunque arruffapopolo e che ti va a fare la medesima? Si schiera alle presidenziali 2020. Non tanto con Joe Biden, quanto contro Donald Trump. In pillole lo fa perché Trump ha gestito malissimo pandemia e questione clima.

A ben vedere quindi lo fa per motivi che hanno una polpa cartesiana. «Con il suo negazionismo, Trump ha ostacolato i piani statunitensi per il cambiamento climatico. Inoltre ha affermato falsamente che non esiste una questione clima. E si è ritirato dagli accordi internazionali volti a mitigarne l’impatto». Insomma, l’impalcatura c’è tutta. Però resta il dubbio, sottile e urticante, che comunque qualcosa sia fuori fuoco. Innanzitutto perché El Nuevo Herald proprio in queste ore ha scoperto un neo. Trattasi di mega donazione al comitato di redazione di SciAm da parte di un imprenditore molto vicino al senatore dem della Florida Marco Rubio.

E poi perché, taglio complottardo a parte, una scienza che dice per chi votare ci piace poco. Anche se lo dice per sostanziare cause planetarie inattaccabili. Perché in cabina elettorale, e con la discrezione dei saggi veri, ci vanno gli scienziati, non la scienza. Quella resta a guardare, dritta, austera e immota come la polena del Beagle.

O quanto meno dovrebbe farlo.

Microscopio sfocato.

ABDULLAH II DI GIORDANIA

Aveva sciolto il parlamento già a luglio malgrado la data delle elezioni fosse a novembre. E lo aveva fatto con un piccolo step a settembre per confermare che si, proprio si doveva sciogliere. Ora, a contare che un Parlamento è una cosa seria, e non un gruppo di fantacalcio, uno magari lo dovrebbe trattare con più rispetto. Ma se ti chiami Abdullah e sei re di Giordania andarci ruvido è quasi un dovere. Perché la Costituzione del piccolo regno arabo prevede che nel mazzo ci sia un parlamento, ma che il re in buona sostanza sia la matta. Cioè la carta che può decidere tutto.

Re Abdullah di Giordania

Che può disporne in tutto e quasi per tutto. E che nei suoi confronti ha delle prerogative che in occidente farebbero inorridire pure Orban. Questo si è sempre riflettuto nella composizione dei parlamenti giordani, nel senso che sono diventati nel tempo vuoti contenitori. Di cosa? Di tre categorie: ex alti papaveri dei servizi vicini al re. Poi grandi magnati del petrolio amici del re. Infine, politici del Partito gradito al re. Partito che non ha opposizioni perché in Giordania l’opposizione la incarnano i Fratelli di Maometto che sono in predicato di jiadhismo e quindi messi fuorilegge.

E proprio su questa farcitura amica che si sono puntate le attenzioni giornalistiche del Post. Il Post è per antonomasia il Washington Post, anche se quella denominazione è brand di una mezza vagonata di testate sparse per il mondo. E al Post hanno scoperto che Adbullah ha giocato di anticipo grosso nel mandare il parlamento a casa perché aveva sul tavolo due faccende. Primo, che la crisi economica mosntre del Paese stava alimentando malumori anche nei suoi scherani. Cioè fra alcuni parlamentari. Secondo, che il debito pubblico gigante della Giordania ormai è diventato troppo immenso per potersi permettere fragilità interne. Anche per lui che è re in un Paese monarchico dai tempi di re Salomone e degli Hascemiti.

Ecco che dunque 65 seggi sono saltati via in anticipo. Perché il re starebbe avendo da tempo contatti con un gruppo, il ‘gruppo dei 40’. Chi sono? Imprenditori ed ex militari molto vicini a lui. Una cerchia di amici di cui sosterrà le campagne elettorali in gran segreto.

Un po’ come per cambiare l’olio alla macchina. Per guardare dal trono l’ennesimo canile di botoli che abbaiano magari, ma non mordono.

Sua Cazzimma.

MENZIONE SPECIALE

CBS

Nell’anniversario del conferimento del Nobel per la Pace a Barak Obama, CBS ha voluto ricordarlo con un lungo articolo commemorativo. E ha fatto una cosa a metà fra Libro Cuore e Malleus Maleficarum. Il 9 ottobre del 2009 infatti l’allora presidente degli Usa aveva ricevuto l’altissimo riconoscimento che per i capoccia della Casa Bianca era roba da contagocce. Prima di lui solo Roosvelt (Teddy) e Wilson avevano avuto quell’onore planetario.

La CBS corp.

Dice mbè? E’ prammatica. Forse, o comunque non del tutto. Perché CBS è forse il network più liberal di tutti i palinsesti americani. Ed è la storica rete paladina proprio di Obama. Tanto paladina da rasentare la piaggeria da saliva sciolta. Al di là di sessappiglio e calibro del personaggio. E da conservare ancora oggi le cicatrici del ‘fattaccio’ della Attckisson. Nata Sharyl, la Attkisson è la giornalista della CBS che nel 2014 venne licenziata perché considerata troppo polemica nei confronti dell’operato del primo presidente nero.

L’occasione arrivò quando la sua popolarità scese a picco con investimenti sbagliati nella green economy e con l’attentato di Bengasi. All’azienda non piacque il taglio perculatorio di certi suoi pezzi che alludevano al piacionismo pop di Barak di fronte alle zoppie del suo operato. Ergo non ci pensò due volte e la cacciò. La Attkisson però non se ne stette con le mani in mano. Ed approfittando dello storico ribaltone che proprio nel 2014 rimise il Senato in mano ai repubblicani si fece sponsorizzare il solito libro al vetriolo. In cui descriveva la Washington di Obama come un complottificio che hakerava pc e fermava le inchieste serie.

Da allora il livore della CBS nei confronti dei repubblicani aumentò esponenzialmente. Fino a diventare betoniera di bile con l’elezione di Donald Trump. Quello stesso Trump che, per iniziativa etilica di due deputati norvegesi, è stato proposto proprio per il Nobel per la Pace. E come si fa a non vedere nella sottolineatura di CBS su quel Nobel che fu il contrappasso beffardo per il Nobel che mai sarà?

Un po’ come quando un fan dei Led Zeppelin sghignazza a sapere che daranno un Grammy a un trapper. E per sottolinearlo spara a millemila watt Wole Lotta Love.

L’innocenza del diavolo.

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