Fischi e fiaschi della XXVII settimana 2022

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XXVII settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XXVII settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

FISCHI

RICCARDO MASTRANGELI

Riccardo Mastrangeli

Due settimane per non varare la sua prima giunta, due settimane per far capire a tutti chi è davvero Lord Riccardo Mastrangeli, terzo sindaco di centrodestra a Frosinone ed erede non per grazia ricevuta di Nicola Ottaviani.

Il suo capolavoro di queste due settimane è aver messo bene in chiaro che educazione non è sinonimo di arrendevolezza. Ha tracciato il profilo della Giunta che vuole varare, previsto comprensibili margini di oscillazione, iniziato i confronti con le liste che l’hanno sostenuto alle elezioni Comunali. I suoi interlocutori erano convinti di andare ad imporre le loro richieste: hanno scoperto che il sindaco Mastrangeli è diverso dall’assessore Mastrangeli.

Innanzitutto perché intorno al tavolo non è mai aleggiato, in nessuna forma, lo spettro del predecessore; secondo poi, perché non ce n’è stato mai bisogno: Riccardo Mastrangeli è sindaco pienamente legittimato da un consenso personale che è superiore a quello portato dalle liste; dice grazie per educazione e cortesia politica ma non per una riconoscenza che non deve.

È questa forza ad avergli consentito, in queste due settimane, di limitare richieste ritenute fuori proporzione, proporre cambi di accordi già sottoscritti. Come quello accettato da Adriano Piacentini; al quale aveva garantito la Presidenza d’Aula ed invece ha proposto – con soddisfazione – il super assessorato all’Economia da lui governato in questo dieci anni facendone il vero motore delle amministrazioni Ottaviani.

Tra una settimana, giorno del primo Consiglio dell’era di Lord Mastrangeli, la giunta sarà pronta. E non sarà meno solida degli esecutivi dei quali ha fatto lui parte nelle due precedenti Consiliature. Non sarà un compromesso ma un gioco di incastri. Che è ben altra cosa.

Lord Riccardo I, mannaro con educazione.

MATTEO SALVINI

Se è vero che un’immagine vale più di mille parole, Matteo Salvini ha dimostrato che un gesto vale più di mille comizi e mille documenti politici. Per ciò che innesca, ciò che dimostra, ciò che rappresenta in maniera plastica ed evidente.

In settimana ha incontrato nel suo studio privato di Roma il capogruppo della Lega in provincia di Frosinone Gianluca Quadrini. In un colpo solo ha dimostrato che il capo non è inarrivabile; che la Lega è un Partito di territorio ed ascolta le voci da dove arrivano i suoi voti; che il Carroccio è scalabile ma bisogna avere l’abilità per riuscirci. (Leggi qui: “Caro Matteo” “Caro Gianluca”: Salvini conferma la candidatura a Quadrini).

Le reazioni sono state piuttosto agitate: al di là delle dichiarazioni di facciata; dall’una e dall’altra parte. Perché non è vero che Gianluca Quadrini sia andato da Matteo Salvini per un cordiale scambio di battute. Ma è andato a dirgli, nella sostanza: “Mi hanno fatto fesso dentro Forza Italia cinque anni fa, caro Matteo fammi capire se avete la stessa intenzione anche qui nella Lega dal momento che una parte dei protagonisti sono gli stessi”. Come a dire: fesso si imbeccille no.

Cinque anni fa venne messo fuori dalle candidature alle Regionali del Lazio, nonostante la massa di voti che portava in dote. La vendetta fu istantanea: 4365 preferenze tolte al Partito, rivelatisi fondamentali per far fallire l’elezione di Mario Abbruzzese a Montecitorio; elezione in Provincia con una civica come primo degli eletti nei piccoli Comuni.

Nella Lega ritrova molti dei protagonisti che erano in carica a Forza Italia quando gli venne tolta la candidatura. Che il clima gli sia ostile anche qui è evidente: hanno fatto di tutto per impedirne il tesseramento e c’è voluta un’impuntatura dell’onorevole Francesca Gerardi ed un gesto di coraggio del coordinatore regionale Claudio Durigon. Dicevano che fosse un impresentabile: ha rifiutato la prescrizione ed è stato assolto. Sa che dovrà affrontare altri procedimenti, alcuni nati da denunce fatte proprio per creargli ostacoli.

Tutto questo è andato a dire a Salvini. Che lo sapeva benissimo. E lo ha ricevuto personalmente. Per far capire a tutti che è con i voti che si vincono le elezioni

I messaggi in codice del Capitano.

BRUNO ASTORRE

Ha tenuto il fronte. Che non è affatto poco se a stringere l’assedio ci sono le forze coalizzate di Goffredo Bettini e Claudio Mancini, se nella linea immediatamente successiva si muovono Nicola Zingaretti e Massimiliano Smeriglio. La convocazione al Nazareno dal Segretario nazionale Enrico Letta e dal responsabile Organizzazione Vincenzo Boccia era il minimo che potesse attendersi Bruno Astorre, Segretario del Pd nel Lazio e portabandiera di AreaDem la componente del ministro Dario Franceschini. (Leggi qui: Regionali, Letta preme il reset nel Lazio: il nome in autunno).

Chi pensava che da lì ne sarebbe uscito con i vessilli ammainati e la rinuncia alle Primarie con cui individuare il candidato alle Regionali del Lazio 2023 ha dovuto rivedere i conti. Astorre ha resistito, Letta ha accontentato tutti. Niente spallate ed annunci immediati di Primarie (il timore di Bettini e Mancini che puntano su Enrico Gasbarra), definizione dell’Alleanza e poi in autunno il candidato; se non c’è una sintesi si va alle Primarie (quello che vuole Astorre, per mettere di fronte due colossi del governo Zingaretti: il vice presidente Daniele Ledodori e l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato).

Uscirne indenne ed ancora in corsa non era affatto semplice. Ora ha un’estate di tempo. Nella quale Leodori continuerà il suo tour per cementare il consenso già costruito sui territori; D’Amato ad allargare i sostenitori nella coalizione (Calenda ha detto che se è lui il candidato torna al tavolo del Campo Largo laziale); Bettini e Mancini per imporre una soluzione politica (la conta, in questo periodo storico, non li avvantaggia).

Questa estate non vado al mare.

FIASCHI

ENZO SALERA

Enzo Salera

Un punto di equilibrio con il quale ricostruire la tregua all’interno del Partito Democratico in provincia di Frosinone. Il sindaco di Cassino Enzo Salera ne ha parlato sabato pomeriggio con una quindicina di sindaci riuniti in una località di montagna nel sud della Ciociaria.

Da settimane c’è maretta con Pensare Democratico e Base Riformista, le due componenti maggioritarie. E Salera ha fatto sapere che potrebbe costruire lui una terza componente, aggregando i sindaci del sud. (Leggi qui: La rottura di Salera: “Il Pd non si sta comportando bene con noi”. E qui Il Partito del sindaco mette i paletti al Pd).

Sabato però ha tracciato quella che potrebbe essere la soluzione: un’intesa fra lui e le duce componenti, guidate da Francesco De Angelis ed Antonio Pompeo. Per concentrare le forze sulle prossime tre elezioni: Regionali, Politiche e… Provinciali.

Il lodo Salera prevede che il presidente della Provincia Antonio Pompeo si dimetta con qualche settimana d’anticipo sulla scadenza, concedendo a Salera di candidarsi alla sua successione in Piazza Gramsci. Il Presidente concorrerebbe con gli uscenti Sara Battisti e Mauro Buschini alle Regionali per i due posti disponibili (in caso di vittoria del centrosinistra) o l’unico rimasto (in caso di sconfitta). Nella prima ipotesi, il lodo prevede che il terzo arrivato venga rimesso in gioco: o facendo l’assessore o prendendo il posto di uno dei primi due che andrà in giunta. In più, tutti i voti verrebbero concentrati su un nome al Parlamento, dando concrete possibilità di elezione ad un ciociaro.

Il problema però è: A) Nei prossimi giorni verrà esaminata la riforma delle Provincie e Pompeo potrebbe restare in carica per anni, non avendo alcuna necessità di dimettersi; B) Sta per arrivare alle Camere l’estensione del terzo mandato anche per i sindaci delle città con più di 5mila abitanti e Pompeo potrebbe decidere di concorrere per il tris a Ferentino, restando in Provincia. C) In politica vige il principio mors tua vita mea: perché rimettere in corsa chi è stato sconfitto alle urne? D) Il taglio di quasi 350 seggi in Parlamento ha ridotto ad una possibilità del tutto teorica la candidatura in Parlamento per un ciociaro; posto che i posti eleggibili al momento sono 7 ed uno andrà a Zingaretti, uno all’uscente Mancini, uno ad AreaDem (che non ha alfieri sul territorio), uno sarà espressione del Segretario nazionale, il resto saranno candidature femminili (vedi sopra).

Troppe Variabili.

DAMIANO COLETTA

Damiano Coletta

(di Lidano Grassucci) I cittadini hanno votato il sindaco di Latina ad ottobre, il Tar ha “rivotato” a luglio, il Consiglio di Stato rivoterà nei prossimi mesi. Sul voto della gente nascono mille rivoti.

Io di ballerine conoscevo quelle del tango, di ballerini uomini in marsina capaci di reggere il passo e anche il casquè. Ora il Tribunale Amministrativo Regionale mi spiega che a ballare sono le schede elettorali e che questa danza inficia il voto. (leggi qui come funzionano le schede ballerine: Coletta presenta ricorso sulla scia del caso Siracusa. E qui: Il Tar: calcolo errato nel voto e ci fa rivotare in bella copia).

E mi immagino come nei musical americani: presidenti di seggio, scrutatori, elettori che danzano con la scheda in mano; rappresentanti di lista e carabinieri che guardano gli uccellini; e tutti lo fanno per almeno 1.071 volte, quelle necessarie per alterare il verdetto del primo turnoFred Astaire e  Ginger Rogers diventano un modello elettorale, il voto un fatto di prestidigitazione e non di volontà degli eletti.

Cosa accadrà ora? Ci saranno ricorsi, ben due: uno del sindaco Damiano Coletta ed uno dei consiglieri comunali di maggioranza. Due ricorsi al consiglio di Stato fatto da illuminati principi del foro. Pare che ci sia dietro anche il presidente della Regione Nicola Zingaretti ed i sindaci dell’Anci. Una santa alleanza per fermare tutto.

Ci sarà, naturalmente, la richiesta di sospensiva degli effetti di primo grado della sentenza del Tar. Richiesta che, se verrà accolta, ci vuole qualche giorno, riporterà Coletta alla guida della città in attesa del pronunciamento del Consiglio di Stato. Altrimenti? Si procede per il voto e una volta rivotato fermare tutto pare difficile.

Insomma una città con sindaco in precario, consiglio in precario e, forse, città dimenticata stabilmente (qui anche questo non è certo).

Maria Antonietta regina di Francia davanti al popolo che aveva fame e reclamava pane suggerì di mangiare brioche; alla città che si duole, tutti di maggioranza e opposizioni propongono ricorsi. Per mesi in Consiglio comunale hanno parlato di come parlare ora parleranno per altri mesi di chi deve parlare, ma sempre senza avere nulla da dire. 

Troppo in bilico

GIUSEPPE CONTE

Al mattino una dichiarazione, a sera l’esatto contrario. Giuseppe Conte ha ottenuto poco o nulla dal suo tentativo di forzare la mano al Governo Draghi. Che, tanto per andare sul concreto, nemmeno un centimetro ha concesso sulle deleghe al sindaco Gualtieri per realizzare il termovalorizzatore con cui mettere fine ai rifiuti che appestano la Capitale. Si farà, con buona pace dei grillini.

Venerdì all’uscita dal DigiThon di Bisceglie ha assicurato che non avrebbe mollato di un centimetro. In realtà aveva già mollato: i deputati del M5S hanno votato la fiducia sul decreto Aiuti. In Senato ha detto che si asterranno. Poi quando gli hanno fatto notare che per il regolamento di Palazzo Madama l’astensione equivale al voto contrario, nuova giravolta: i senatori contiani potrebbero non presentarsi.

Se prova a strappare c’è un’altra Poattuglia pronta ad uscire ed a raggiungere Luigi Di Maio.

Ora nuova giravolta. «C’è un pezzo di mondo economico e culturale che punta alla melassa e vuole far saltare l’alleanza progressista» dice Conte. Insomma non è lui che sta facendo girare il M5S come un danzatore derviscio ma sono ipotetici mondi economici e culturali a volerlo.

Dategli una sedia, gli gira la testa.

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