Indiscreto – Spifferi romani (Martedì 16 febbraio 2021)

Spifferi dai palazzi romani. La rivincita Cartaginese. L'effetto Draghi sulle Comunali: perché c'è la corsa a FdI nei municipi. 'Epurator' finirà post democristiano? La scommessa sugli auguri di Fazzone a Tajani. Calenda non molla. E nessuno dice allo donne Dem perché al Governo hanno messo i maschietti

La rivincita di “Miss Garavaglia”

Per due anni è stata presa in giro dai colleghi in Consiglio Regionale del Lazio un po’ per tutto. Per il vestito color blu Capitan America sfoggiato il giorno dell’insediamento alla Pisana; e per altri abiti dal colore non propriamente sobrio indossati durante le successive sedute. Come dimenticare poi il suo intervento in occasione della sfiducia a Nicola Zingaretti, quando, con a voce rotta e un italiano reso balbettante dall’emozione, Laura Cartaginese dichiarò di votare la fiducia al Governatore nonostante il suo Partito di allora, Forza Italia, fosse naturalmente schierato come tutto il centrodestra per la sfiducia. (Leggi qui Zingaretti vola, l’opposizione si schianta: la Mozione di sfiducia finisce in farsa).

Laura Cartaginese

Un intervento divenuto mitico, oggetto anche di un filmino amatoriale ad opera di un consigliere regionale di FdI che spopola ancora oggi nelle chat di politici e giornalisti. Così come in Consiglio regionale non le sono state risparmiate critiche a oltranza per le volte in cui la sua “distrazione” ha consentito alla maggioranza di sinistra di salvarsi, ottenendo un numero legale con cui continuare a tenere la seduta che senza di lei non ci sarebbe stato.

Ma oggi Laura Cartaginese, eletta in FI e passata alla Lega, può prendersi la rivincita e andare in giro per i corridoi della Pisana a testa alta.

Massimo Garavaglia, l’uomo che ne ha facilitato l’approdo nel Carroccio grazie a una vecchia amicizia con Giorgio Simeoni (artefice della candidatura e dell’elezione della Cartaginese), è stato nominato ministro del Turismo dal presidente del Consiglio Mario Draghi.

Un ruolo fondamentale per il Partito di Salvini, che proprio del made in Italy ha suggerito di fare un punto qualificante del nuovo governo. Così come non sfugge il carattere moderato dei tre ministri leghisti. Insomma, la ruspa va in garage e tanti esponenti del Carroccio di Roma e del Lazio dovranno adeguarsi, abbassando i toni. Lei no.

Laura Cartaginese con Adriano Palozzi (Foto Giorgio Di Cerbo)

Laura Cartaginese, con il suo dialogo assiduo col capogruppo Dem e concittadino Marco Vincenzi, i toni li aveva abbassati da tempo e adesso, grazie al suo legame politico con Garavaglia, rappresenta il volto nuovo del salvinismo. Con prospettive inimmaginabili: quando si voterà, non mettere in sicurezza la Cartaginese sarà molto difficile visto il pressing dell’ala governista della Lega.

Miss Garavaglia” – ovviamente solo nell’accezione politica – si prende la sua rivincita. E basta vedere il post che ha pubblicato su Facebook per salutare l’ingresso del Carroccio al Governo per capirlo…

L’effetto Draghi sulle Comunali

Il governo Draghi deve ancora ottenere la fiducia e già promette di terremotate i Partiti in vista delle prossime elezioni amministrative. Il riferimento non è solo a Roberto Gualtieri, non riconfermato ministro dell’Economia e ora seriamente in corsa per il Campidoglio.

L’ex ministro Roberto Gualtieri

È il segreto di Pulcinella che Nicola Zingaretti sogni di candidare Gualtieri a sindaco di Roma, grazie anche al lavoro ai fianchi dell’ex ministro che stanno portando avanti Goffredo Bettini, Claudio Mancini ed Eleonora Mattia.

Quella candidatura – nelle aspirazioni di larga parte del Pd zingarettiano – consentirebbe incassare il sostegno di Italia Viva e Azione, ottenere il conseguente ritiro della candidatura di Carlo Calenda e spaccare i 5 Stelle, molti dei quali (Roberta Lombardi in primis), spingeranno per sostenere l’ex titolare del Mef e per scaricare Virginia Raggi, a quel punto a un bivio decisivo: ricandidarsi ancora più debole o trattare a resa.

Un’aspirazione che già ieri, ai primi timidi tentativi di tastare il polso dell’ex ministro Calenda, ha generato una secchiata di acqua gelida. Non ci penso proprio a defilarmi ha spiegato il leader di Azione alla trasmissione ‘L’Aria che tira‘.

Eppure proprio Carlo Calenda aveva detto che se fossero scesi in campo i ‘pesi massimi’ nel centrosinistra lui avrebbe fatto un passo indietro. “Questo – ha spiegato – poteva avvenire nella fase iniziale, quando si e’ cominciato a discutere. Ora io ho costruito un lavoro immenso. Io vado avanti, che senso avrebbe per me fare un passo indietro. Sarebbe sbagliato».

Andrea Abodi e Claudio Durigon

Ma questo, dicevamo, lo sanno tutti. Ma il vero effetto-Draghi sulle elezioni amministrative si muove sottotraccia, nel campo del centrodestra. È lì che mentre i leader cercheranno di chiudere sulla candidatura di Andrea Abodi, a livello municipale ciascuno si fa i propri conti. E così si scopre che con FdI stimata al 22-23% e la Lega al 10-11%, al primo turno finirebbe così: 7-8 consiglieri comunali per il per il Partito di Giorgia Meloni e 3-4 per il Carroccio. Solo la vittoria al ballottaggio potrà consentire alla Lega di salvare una classe dirigente, col rischio concreto che la vittoria di Gualtieri al secondo turno trasformi in un bagno di sangue la campagna leghista. Il che significa che nei Municipi rossi essere eletti nelle liste della Lega sarà un’impresa. E negli altri la sfida sarà davvero agguerrita.

Così molti aspiranti consiglieri stanno usando il sostegno al governo Draghi e l’ingresso in maggioranza con Pd e M5S come scusa per cambiare casacca e formalizzare accordi sottobanco già siglati con FdI, dove le probabilità d’essere eletti nei Consigli municipali sono maggiori. I social raccontando di mal di pancia e addii.

Ma non fidatevi: Draghi è solo una scusa.

Epurator morirà democristiano?

I rumors sono insistenti, la conferma non c’è e considerato il personaggio, la polpetta avvelenata della notizia fake con cui inquinare il clima è sempre possibile. Ma in tanti giurano che Francesco Storace ha praticamente chiuso con la Lega. Bye Bye Fratelli d’Italia e addio Giorgia Meloni.

Francesco Storace (Foto: Stefano Carofei / Imagoeconomica)

L’ex presidente della Regione Lazio, oggi vicedirettore vicario de Il Tempo dopo l’addio alla direzione del Secolo, da mesi si è progressivamente avvicinato a Matteo Salvini, col quale il dialogo è diventato ormai più che assiduo, praticamente quotidiano tra telefonate, incontri, messaggini con i quali Storace segnala al Capitano agenzie, comunicati e, soprattutto, i suoi post sui social. Tutti filoleghisti naturalmente.

A presentarli e a parlare molto bene di Storace a Salvini pare sia stata Francesca Verdini, così fanno sapere dal Carroccio. Così come fonti leghiste rivelano che ormai dalla sede de Il Tempo c’è un vero via vai di leghisti che vanno a trovare Storace per un consiglio, un saluto.

Di più. L’ultima voce che gira nella Capitale è che Salvini si sia quasi convinto a proporre il nome di Storace come possibile candidato sindaco di Roma, in alternativa ad Andrea Abodi, il che significa praticamente mettere due dita negli occhi della Meloni. Chissà come la prenderà la leader di Fratelli d’Italia…

Nel frattempo sorge un dubbio: con il nuovo corso del Carroccio in maggioranza e a sostegno del governo Draghi, ormai sempre più protesto verso quella svolta moderata e quell’ingresso nel Ppe caldeggiati da Giancarlo Gorgetti e benedetti dai big della Cdu tedesca, non è che Storace ha deciso di morire democristiano?

Forza Italia non song’ più io. 

La nomina di Antonio Tajani a coordinatore nazionale di Forza Italia – per quanto le nomine fatte da Berlusconi costituiscano un piccolo risarcimento ai delusi da Draghi: c’è anche Anna Maria Bernini provoca un terremoto nel partito laziale. (Leggi qui Tajani coordinatore nazionale: comanda sempre Silvio).

Antonio tajani (Foto Alessandro Serrano’ via Imagoeconomica)

Tutti i big locali si spellano le mani per congratularsi col loro leader. Le malelingue invece hanno scommesso un caffè in Galleria Alberto Sordi: giurano che a Tajani non siano arrivate le congratulazioni del potentissimo Claudio Fazzone, coordinatore regionale del Lazio. I più vicini al senatore di Fondi garantiscono che educatamente abbia inviato le sue felicitazioni; il cerchio tragico intorno al neo presidente è pronto a scommettere di non averle ricevute. Maldicenze. Persino Maurizio Gasparri i complimenti glieli ha fatti..

Il malcontento per le nomine di governo è evidente. Stefania Prestigiacomo addirittura ha lasciato la chat del gruppo FI alla Camera. È passata la linea di Gianni Letta, anche se sì Draghi ha scelto da solo, ma quale suggerimento gli sarà arrivato… Tajani, dato per sicuro ministro, è stato fatto fuori. Ma la sua nomina a coordinatore nazionale, però, fa riprender forza alle speranze di tutti i tajanei, soprattutto quelli laziali. Paolo Barelli e Francesco Battistoni sperano in un posto da sottosegretario, sicuri che il loro capo corrente saprà convincere Berlusconi a convincere Draghi. Così come in vista delle prossime elezioni politiche, l’idea che sia Tajani a fare le liste rassicura più di un parlamentare.

Claudio Fazzone. (Foto: Rocco Pettini / Imagoeconomica)

E Fazzone? Come coordinatore regionale non rischia, ma certo sabato, quando verranno ufficializzati i sottosegretari, le possibilità che lui sia nella lista sono ridotte al lumicino. Del resto, i rapporti tra lui a Tajani sono sempre stati quelli che sono… Leali, corretti, distanti.

E come ha potuto il neocoordinatore nazionale non ha mai mancato di sgambettare il coordinatore regionale sulle nomine territoriali. Alla vigilia delle Amministrative e a due anni da Politiche e Regionali la guerra civile nel Lazio è assicurata.

Quelli che hanno distrutto il Pd

La partita del governo Draghi ha sfiancato Nicola Zingaretti: il grosso del lavoro lo ha dovuto fare per riuscire a garantire l’equilibrio interno anche dopo lo tsunami scatenato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando ha fischiato la fine della partita e tolto il pallone ai ragazzini chiassosi e inconcludenti.

Così è stata premiata AreaDem con Dario Franceschini ai Beni Culturali; Base riformista ha incassato la conferma di Lorenzo Guerini alla Difesa; Andrea Orlando ha ottenuto quel che voleva: tornare al Governo. Nessuno zingarettiano è stato premiato: il capo è quello che deve sacrificarsi per tutti.

Carlo Calenda

Oltretutto, le donne Dem sono in assetto da guerra perché Draghi ha scelto solo maschietti. Ovviamente nessuno si azzarda a rispondere: “Ma se sono più bravi, cosa doveva fare mettere delle donne più scarse?. Nel Pd lo pensano in tanti.

Così come non sfugge che il peggior ministro Dem del governo Conte sia stata una donna: Paola De Micheli. “Ma se fai un post al giorno su Kamala Harris, poi devi aspettartele certe critiche”, riferiscono dalla giunta regionale.

Così adesso è caccia alla donna per i posti da sottosegretario, manco fosse il Ratto delle Sabine, pardon… delle Democratiche. Nel frattempo si complica maledettamente la partita su Roma. Il Pd è pronto a schierare Roberto Gualtieri nella speranza che la candidatura a sindaco dell’ex ministro dell’Economia convinca Carlo Calenda a ritirarsi e porti Azione e Italia viva a formalizzare l’alleanza col Pd. Anzi, al Nazareno c’è chi spera addirittura che Gualtieri spacchi il M5S sul sostegno alla Raggi. Ma su questo nessuno è pronto a giurare. E la risposta di Calenda è stata chiara: “Non mi ritiro

Nel 2016 Mancini e quelli che oggi spingono per Gualtieri hanno distrutto il Pd e la sinistra a Roma. E adesso Zingaretti vuole dargli il Campidoglio? Assurdo”, si mormora alla Camera e al Senato nei capannelli dei parlamentari romani del Pd.

Giuseppe Conte

Gualtieri non ha ancora sciolto la riserva, anzi ad oggi molti riferiscono che lui sia molto refrattario a considerare una sua discesa in campo per il Campidoglio. Di certo è uno che che tira poco: alle Europee, portato da tutto il Partito, è stato eletto solo perché Bartolo ha optato per il seggio nelle Isole, altrimenti sarebbe stato fuori. E poi c’è Calenda, che Gualtieri o no, si candiderà: lo ha ribadito anche ieri. “Non sarebbe serio, io vado avanti”.

E con tre candidati di sinistra – Raggi, Gualtieri e Calenda – Roma rischia di diventare per Zingaretti un nodo gordiano inestricabile, dove a mettere la mani si fa peggio. Nella consapevolezza di dover tenere assieme l’alleanza con LeU e il M5S, di non poter andare con la Raggi, di voler tenere unito il fronte riformista, di non poter comunque sostenere Calenda… E all’orizzonte non sembra esserci un Giuseppe Conte vestito da cavaliere senza macchia e senza paura…

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