I protagonisti del giorno. Top e Flop del 18 novembre 2020

Top e Flop. I protagonisti della giornata appena conclusa. Per capire meglio cosa ci attende nelle prossime ore

TOP

GINO STRADA

Ci rendiamo conto che stiamo parlando del fondatore di Emergency? Cioè di uno che garantisce una sanità accettabile in paesi dell’Africa oppure in Afghanistan ed in ogni caso in contesti martoriati da guerre e da condizioni igieniche pazzesche? Evidentemente no. Altrimenti di fronte al balletto indecoroso che si sta verificando intorno al ruolo di Commissario della Sanità della Regione Calabria ci sarebbe un sussulto di dignità da parte di un Governo che davvero ha smarrito qualunque tipo di buon senso.

Gino Strada. Foto © Benvegnu’ Guaitoli / Imagoeconomica

Il presidente reggente della regione Calabria dice No a Gino Strada come Commissario «perché non dobbiamo scavare i pozzi e la Calabria non è l’Africa». Tra i governativi che storcono il naso c’è chi sostiene che occorra non solo una persona esperta sul campo come Strada ma anche uno pratico con i conti, i regolamenti, la burocrazia.

Detto questo però il punto è che il Governo presieduto da Giuseppe Conte ha tenuto Gino Strada ai box come se fosse l’ultimo della classe in attesa di subentrare nel caso in cui tutti gli altri dovessero rinunciare. E il punto è proprio questo al di là delle competenze, delle opportunità e delle scelte che dovranno essere fatte. E’ comunque tardivo l’accordo annunciato in serata, in base al quale Emergency si occuperà degli ospedali da campo, dei Covid hotel e dei punti di triage. Via Twitter Strada annuncia: «Iniziamo domani».

Il fondatore di Emergency, aveva due strade davanti: la prima era quella di ribaltare il tavolo e andarsene e probabilmente sarebbe stata quella più applaudita. La seconda invece è stata quella di provare a dare una mano ed a dimostrare che in realtà si può affrontare questa pandemia esattamente come una guerra, uno scenario che lui conosce meglio di chiunque altro. Anche perché lo scorso fine settimana la Regione è stata costretta a chiedere aiuto all’Esercito Italiano per allestire degli ospedali da campo.

Nessuno ha mai dubitato delle sue capacità organizzative e professionali. Ma in questa occasione ha sfoggiato anche pazienza e senso di responsabilità.

La prima linea non è solo Kaboul.

BUSCHINI E OTTAVIANI

Uniti da un insolito destino… ferroviario. Sia il presidente del Consiglio regionale del Lazio Mauro Buschini e il sindaco di Frosinone Nicola Ottaviani si sono mossi pesantemente per far ripristinare immediatamente le due fermate del treno ad Alta Velocità a Frosinone ed a Cassino.

Va bene l’emergenza pandemia ma il vero problema era stato quello di una cancellazione orizzontale: fatta per tutte le fermate intermedie in Italia. Il che, per le due fermate in provincia di Frosinone aveva dato la sensazione di un fallimento senza appello legato alla mancanza di un bacino di utenza alla corsa.

Mauro Buschini, Sara Battisti e Nicola Ottaviani

Mentre da più parti imperavano i populisti in servizio permanente effettivo ed i catastrofisti del giorno dopo, loro si sono mossi lungo il binario del fare e non del distruggere. Le fermate Tav in provincia di Frosinone sono un investimento per il futuro. Perché collegano questo territorio con le grandi città del Nord e quindi con il cuore dell’Europa.

Il sindaco di Frosinone si è battuto in silenzio e poi ha perfino conferito la cittadinanza onoraria all’amministratore delegato Gianfranco Battisti. Il Presidente del Consiglio Regionale non è stato da meno facendo pesare un ruolo che sta esercitando con grande pragmatismo. Ha fatto squadra con la collega di Partito Sara Battisti e con il potentissimo Capo di gabinetto di Nicola Zingaretti, Albino Ruberti, facendo pesare sulle Ferrovie tutta l’autorevolezza della Regione: che in questo momento è partner di ferrovie su molte iniziative,

Il risultato è stato che oggi pomeriggio proprio le Ferrovie dello Stato hanno annunciato il ripristino delle due fermate in Ciociaria dando quindi atto a Buschini e ad Ottaviani di un ruolo preciso e concreto, portando il Freccia Rossa fuori dal lockdown in tempi record.

Amministratori ad Alta Velocità.

FLOP

ROBERTO SPERANZA

Si è chiuso a riccio respingendo la richiesta di alcune Regioni affinché venissero semplificati i parametri con cui si accende il semaforo per delimitare zone rosse, arancioni o gialle. Il punto è semplice: oggi ci sono 21 valori da controllare e aggiornare continuamente per stabilire i livelli della pandemia.

È di evidenza solare che 21 parametri del genere richiedono un tempo di studio e di analisi non compatibile con la velocità alla quale si diffonde e contagia il virus. Ridurli a 5 sicuramente abbrevierebbe e di molto i tempi.

ROBERTO SPERANZA. FOTO © LIVIO ANTICOLI / IMAGOECONOMICA

Ma c’è un’altra cosa ancora più importante e cioè che i parametri più significativi e pesanti , a cominciare dal Rt (l’indice di trasmissibilità del virus) fanno riferimento a 2 o 3 settimane passate. Il che significa assumere delle decisioni che dovrebbero essere rapide e contestualizzate sulla scorta di dati già sorpassati.

Infine c’è un paradosso complicato. A marzo, quando erano 5 le Regioni ad avere numeri fuori controllo, il lockdown fu imposto a tutti, anche a quelli (come Sardegna, Basilicata e Calabria) che il virus neppure lo avevano visto. Oggi invece si stanno prendendo delle decisioni su base regionale quando invece occorrerebbe un lockdown nazionale.

La conclusione è che alla fine prevalgono sempre logiche politiche nonostante i tanti comitati scientifici.

L’anima burocratica del virus.

SINDACATI SU MARTE

Il dispaccio d’agenzia è chiaro: Cgil, Cisl, Uil Uil «preso atto dell’esito del confronto con il Governo, in mancanza delle necessarie risorse per lavorare in sicurezza, per avviare una vasta programmazione occupazionale e di stabilizzazione del precariato e per il finanziamento dei rinnovi» proclamano lo sciopero nazionale il 9 dicembre prossimo.

Intendiamoci bene, i sindacati ed i lavoratori hanno le loro ragioni ed i temi che richiamano sono sicuramente importanti e degni di una mobilitazione. Ma non adesso, non con il Paese devastato dalla seconda ondata pandemica, non con gli ospedali allo stremo, non con un prodotto interno lordo in caduta libera, non con una prospettiva che definire drammatica è poco.

Landini, Furlan e Bombardieri

Ci sono dei momenti nella vita di un Paese nei quali è fondamentale saper rinunciare anche alle proprie ragioni. E in un momento come questo l’Italia non può permettersi uno sciopero. Neppure da un punto di vista simbolico perché il messaggio che passa è quello di un allargamento delle maglie di un esercito che invece non può avere altra priorità se non quella del contenimento della diffusione del virus.

I lavoratori hanno tutto il diritto alla sicurezza, anche quei pendolari che non hanno altra scelta se non quella di viaggiare su treni stracolmi. Su quelli e su autobus dove non è possibile rispettare alcuna misura di distanziamento. Forse è arrivato il momento che in questo Paese si prenda atto che il virus ha pure fatto capire al di là di ogni ragionevole dubbio che esistono pochi garantiti e molte persone che invece non hanno alcuna garanzia. E che sono già state pesantemente colpite dagli effetti della pandemia. Senza che nessuno abbia proclamato neppure uno stato di agitazione.

Per questi motivi la mossa dei sindacati su questo tema è fuori dal tempo e dal contesto.

Sconnessi.

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